«HIGH HOPES - Bruce Springsteen» la recensione di Rockol

Bruce Springsteen - HIGH HOPES - la recensione

Recensione del 30 dic 2013 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Non c’erano grandi speranze per questo album, nonostante il suo titolo. Invece, sorpresa, Bruce Springsteen ha confezionato forse il suo disco più dritto e smaccatamente rock degli ultimi 10 anni, una raccolta omogenea nella disomogeneità.
Non c’erano “High hopes” a partire dall’annuncio della canzone portante, una cover già incisa negli anni ’90 e rispolverata nel tour australiano dello scorso marzo. A leggere la lista delle canzoni, poi: 12 brani, di cui altre due cover, in totale 4 canzoni già pubblicate e di cui 2 che sono praticamente delle auto-cover di brani molto noti (“The ghost of Tom Joad”, che diede il titolo all’album, e “American Skin (41 shots)”). Pronti, via con la critica preventiva: I fan hanno scatenato il loro lato più intransigente. Gli “hater” hanno rispolverato la loro teoria: dal vivo non si discute, ma Springsteen non azzecca un disco da secoli.
Ora, è chiaro che Springsteen ha abbondantemente superato il climax della sua produzione di studio anche se l’ultimo decennio ci ha regalato almeno due gioielli (“The rising” e le “Seeger Sessions”). Ma il peccato originario di “High hopes” è in realtà ascrivibile a “Wrecking ball”, che conteneva già due canzoni non inedite (la title-track e “Land of hope and dreams”) - scelta già al tempo accolta con scetticismo. Ed è altrettanto chiaro, come hanno notato i nostri cugini di Rockol.com, che nel mondo di Springsteen non si fanno i tour per promuovere i dischi, ma si fanno dischi per rimanere in tour: una regola orma valida per tutta l’industria, di cui il Boss è l’incarnazione più evidente.
Nonostante le sue origini, “High hopes” non è una raccolta raccogliticcia, anzi. E’ appunto un disco di rock onesto, diretto, senza fronzoli. Ha meno coesione narrativa - non ha un tema vero e proprio - meno politica e meno folk rock che in “Wrecking ball”. Il motivo di cotanto rock è Tom Morello, musa ispiratrice dell’album (l’idea di rispolverare “High hopes” è sua), presente a svisare con la sua chitarra in 8 canzoni su 12. Pure troppo, in certi passaggi: la sua iniezione di energia è indubitabile, ma in più di un’occasione i sui assoli acidi suonano un po’ lontani dal calore delle E Street Band - che è presente tutta, presente e passata: compresi Clarence Clemons e Danny Federici, visto che tra le canzoni sono presenti brani incisi nel decennio scorso e terminati oggi. Dato che si riflette anche nei crediti di produzione, divisi tra Brendan O’Brien (che ha lavorato con il Boss da “The Rising” fino a “Working on dream”) e Ron Aniello (“Wrecking ball”).
Il disco uscirà il 14 gennaio - anche in un’edizione limitata che comprende un DVD con l’intero “Born in the U.S.A.” suonato dal vivo a Londra. Proprio Amazon nei giorni scorsi ha messo (per errore?) in vendita il disco in MP3 per qualche ora. Ma andiamo con ordine.

“High hopes” canzone per canzone

“High hopes” - Una cover degli Havalinas già incisa e pubblicata negli anni ’90 in un EP allegato al VHS di “Blood brothers”, rockumentary sulla reunion della E Street Band. La nuova versione, la conoscete, è molto più energica, e presenta fin da subito il suono inconfondibile della chitarra di Morello. Il vero rimpianto è la presenza dei fiati: qua suonano benissimo (come dal vivo). Ma nel resto dell’album poi spariscono quasi del tutto.

“Harry’s place” - Una canzone dalle sessioni di “The rising”, non è difficile capire perché è rimasta fuori: parte con basso e sinth, con un suono cupo, quasi anni ’90 (ricorda certe cose di “Human touch”) - a raccontare una storia degna di un romanzo noir - la cosa più bella della canzone. La chitarra di Morello, aggiunta recente, si incrocia con il sax di Clarence Clemons.

“American skin (41 shots)” - I “41 colpi” sono i proiettili che raggiunsero un ragazzo afroamericano innocente che tirò fuori un portafoglio dalla tasca e venne freddato dalla polizia di New York, convinta si trattasse di una pistola. La canzone viene suonata dal vivo dal 2000 (venne inclusa anche nel “Live in New York” del 2001) e generò una polemica molto forte con la polizia locale quando venne proposta a New York. Ne girava già un’incisione di studio di una decina di anni fa mai pubblicata ufficialmente. Ma questa versione si apre con una di quelle ritmiche campionate spesso usate ultimamente, per poi aprirsi con la chitarra di Morello che domina fino alla fine, sul coro ripetuto ad libitum. Comunque una delle cose migliori scritte da Springsteen nell’ultimo decennio.

“Just like fire would” - Una cover della storica band australiana Saints, suonata una volta sola nel tour del continente oceanico. Si apre con chitarre e violino, sulla falsariga di “Waitin’ on a sunny day” (una delle canzoni centrali dell’ultimo tour) e diventa un rock dritto e vecchio stile, in cui la chitarra di Morello rimane in secondo piano, fino all’entrata della tromba nel finale. Nella sua semplicità è forse la cosa più bella del disco: molto fedele all’originale, ricorda anche molto John Mellencamp. Chapeau per aver rispolverato questo gioiello.

“Down in the hole” - La voce di Patti Scialfa, suoni cupi e percussioni, la voce filtrata di Springsteen introducono un brano che poi parte su un ritmo che ricorda moltissimo “I’m on fire”. Una delle canzoni completamente sconosciute di questo album, un rallentamento dopo la tripla accelerata iniziale, impreziosito da un bel duetto centrale tra il violino e l’organo di Danny Federici (scomparso nel 2008, ma la canzone è stata in larga parte incisa prima e prodotta da O’Brien).

“Heaven’s wall” - Un’altra canzone dritta, che si apre con un coro quasi gospel (“Raise your hand, raise your hand!), che poi diventa l’ossatura della melodia. Anche qua Morello si diverte con la sua chitarra, anche esagerando e appesantendo il tono leggero e divertito della canzone, dominata dalle voci e dal violino.

“Frankie fell in love” - Altro brano che parte come un rock dalle venature country: una semplice e dritta canzone d’amore, la più leggera di tutta la collezione, con un improbabile dialogo tra Albert Einstein e William Shakespeare sull’amore.

“This is your sword” - Una canzone che riprende le metafore bibliche di “Heaven’s wall”, aprendosi con qualche secondo di cornamuse che poi si piazzano in sottofondo lasciando spazio alle chitarre. Melodia e andamento lineare - la canzone che ricorda più le atmosfere folk-rock di “Wrecking ball”

“Hunter of invisible game” - Archi e chitarra acustiche per una canzone che ha il rimo di un valzer: un’altra pausa dopo il veloce trittico centrale, un’altra canzone (come le precedenti tre) completamente inedita.

“The ghost of Tom Joad” - La canzone più nota di tutte - fu la title track del disco “solo” del ’95. Viene da tempo suonata in questa versione rock totalmente diversa da quella minimale e acustica originaria e spesso Tom Morello si faceva trovare sul palco, tanto che il duetto venne immortalato in un EP digitale dal vivo qualche anno fa. Questa è una versione travolgente, rabbiosa, in cui Morello (che canta una strofa) dà il meglio di sé. Ma anche il peggio, come quando si fa prendere la mano dall'assolo, rispolverando suoni da Rage Against The Machine... La E Street Band, più solida che mai, fa il resto.

“The wall” - Canzone suonata dal vivo in quattro occasioni, racconta la storia di un vecchio amico che scompare in Vietnam: una delicata ballata per chitarra acustica, piano e organo con assolo di tromba finale. Toccante.

“Dream baby dream” - Brano di chiusura del tour di “Devils & dust”, dove veniva cantata semplicemente mandando in loop voci e organo a pompa; è una cover dei Suicide, già pubblicata sia dal vivo in un EP; in questa nuova versione è prodotta da Ron Aniello - già diffusa qualche settimana fa in un toccante video di ringraziamento ai fan. Più suonata e meno cupa della versione originale, meno ipnotica della versione dal vivo, ma non meno affascinante di entrambi.
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