«WHAT THE... - Black Flag» la recensione di Rockol

Black Flag - WHAT THE... - la recensione

Recensione del 09 dic 2013 a cura di Andrea Valentini

La recensione

So di un tizio, un fan convinto dei Black Flag (tanto del periodo pre-Rollins che di quello con Rollins, per intenderci). Uno che ha il logo delle quattro barre nere tatuato bello grosso sull’avambraccio destro. E' successo che dopo avere sentito questo nuovo “What the...” ha dovuto combattere duramente con se stesso per non prendere appuntamento al volo da un tatuatore, per farlo ricoprire con un altro disegno. Capita l’antifona? (Ok, il tizio del tatuaggio sono io, lo confesso).
Il problema è che la mission impossible di resuscitare i Black Flag dopo 28 anni dall’ultimo disco, e per giunta con una formazione che vede solo un membro chiave (il leader genialode Greg Ginn; Ron Reyes è stato nella band per talmente poco tempo da essere poco più di una meteora), era destinata a fallire fin dall’inizio. Probabilmente non avrebbe dovuto essere nemmeno concepita. I motivi sono tanti... vogliamo citarne qualcuno?
Cominciamo con il fatto che le leggende di solito è meglio che restino tali. Poi c’è la faccenda che a 50 anni suonati difficilmente puoi avere la credibilità e la rabbia di quando ne avevi 20, in un genere così feroce come quello dei Black Flag. Proseguiamo col ricordare che tra Flag e Black Flag c’è anche una certa inflazione di gente che gira il mondo a riproporre un’eredità davvero troppo pesante per non schiacciare gli incauti che vogliano tentare di sobbarcarsela. E a tal proposito sembra quasi più corretto l’approccio dei Flag (un pugno di ex Black Flag) che semplicemente coverizzano se stessi: un lavoro onesto da cover band, senza troppe pretese. Il volere, invece, revitalizzare il gruppo con un album nuovo (di ben 22 brani) è stato un errore imperdonabile.



Il risultato è un disco che in valore assoluto non sarebbe malaccio (ricorda sicuramente alcuni exploit dei primi Black Flag), ma non è all’altezza di quanto fatto dal gruppo. Paradossalmente, se fossimo al cospetto di un gruppo nuovo, magari di perfetti sconosciuti, troveremmo il tutto molto più godibile, foriero di promesse per un futuro fulminante, per una parabola ascendente creativa. Invece questo, della parabola, è il braccio discendente, visto che parliamo di Black Flag. Punto e basta.
La sensazione è che Ginn “ci abbia provato”. Il marchio è infatti ancora fortissimo... e avrà pensato che poteva valere la pena far uscire un disco con questo nome. Peccato che abbia sparato davvero troppo in alto e condotto l’operazione nel classico modus operandi che lo contraddistingue: litigando con tutti, con nessun senso autocritico e senza curarsi di quello che la fanbase avrebbe potuto pensare della faccenda.
A tutto questo aggiungiamo una copertina davvero orripilante (sembra la grafica di un sacchetto di patatine), che non regge nemmeno per errore il confronto con gli artwork leggendari di Raymond Pettibon (fratello di Ginn – inutile dire che hanno litigato ferocemente e non si parlano più... che stanezza!).
Facciamo finta che non sia mai uscito. Forse qualche giovanissimo, magari che ha avuto la sfortuna di non conoscere ancora la produzione originale della band, potrà cascarci. Tutti gli altri no.
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