«ASPETTANDO I BARBARI - Massimo Volume» la recensione di Rockol

Massimo Volume - ASPETTANDO I BARBARI - la recensione

Recensione del 27 nov 2013 a cura di Giulia Galvani

La recensione




Evocativo e fotografico sono due parole che potrebbero racchiudere l'essenza dell'intero disco. Reminiscenze di stati d'animo, di disillusioni e speranze universali, di momenti trascorsi, fotografie di volti, di luoghi, definiscono i tratti dei personaggi che animano le tracce di ''Aspettando i barbari''. E' la forza descrittiva dei testi di Emidio Clementi, che si riconferma nuovamente anche in questo nuovo lavoro, a creare queste suggestioni, tratto distintivo e riconoscibile come un marchio di fabbrica che contraddistingue la poetica della formazione. Sono testi il cui potenziale espressivo trova completezza sposandosi con le ruvide sonorità del disco.
Si parte evocando la figura di Danilo Dolci poeta, con ''Dio delle zecche''. E' questa la traccia scelta per aprire ''Aspettando i barbari'', il cui testo è composto proprio dalle parole dello scrittore, interpretate dalla voce di Emidio Clementi.
L'atmosfera si fa più intima e personale ne ''La cena'', dove i luoghi sono quelli natali dell'autore e in questo paesaggio, che si scopre essere quello di San Benedetto del Tronto, si inserisce la figura della madre, e ci si ritrova ''riuniti qui a consumare il piatto freddo della cena'', per concludere con ''oh madre, il mare ingoia ciò che cade, le navi, i ponti, le frontiere, il senso ambiguo del dovere, seduti qui a contemplare le zone d’ombra della cena, la vita vinta dall’attesa, dimmi la strada, dammi un secondo, indicami il modo per girarci intorno''.
Cambia il mood e si arriva alla title track, le sonorità si fanno più cupe e l'atmosfera è decisamente più angosciante. ''Aspettando i barbari'' ci introduce in un'ambientazione apocalittica, ci si chiude in casa, ci si prepara alla venuta dei barbari, che lasciano segnali intorno alle esistenze, e non appare possibile sfuggire a quanto sta per accadere. Sospesi nell'attesa. ''Le impronte lungo la strada portano dritto al nostro giardino, non te l’ho detto, non te l’ho mai detto''. E dopo la presa di coscienza sulla loro inevitabile venuta ci si arrende al nuovo che avanza, che spaventa in quanto ignoto, sconosciuto: ''Ora che la sera accorcia le ombre noi ci ritiriamo, e di fronte allo specchio come spose ci acconciamo in onore dei barbari''.



Il quarto episodio è un dichiarato omaggio a Vic Chesnutt, cantautore statunitense, condannato a passare il resto della vita su di una sedia a rotelle in seguito ad un incidente stradale. Una vita, la sua, dissoluta e devota agli eccessi, sino al tragico suicidio. La traccia ripercorre la drammatica storia di Vic chiudendosi con ''ricordati di Chesnutt. una corona di spine poggiata sul palco tra la chitarra e le spie''.
Il successivo richiamo è alla figura di Richard Buckminster Fuller, inventore, architetto, filosofo statunitense, personaggio geniale calato nel suo presente (1895 – 1983) ma con lo sguardo proiettato al futuro, che già dagli anni Trenta iniziò a parlare di sostenibilità, riciclaggio, efficienza energetica e energie rinnovabili. La traccia riprende il termine Dymaxion, DY (dynamic), MAX (maximum), e ION (tension), parola con la quale l’inventore caratterizzò il nome di diversi suoi progetti, come la Dymaxion Car e la Dymaxion House. Nella visione di Clementi Dymaxion si trasfigura in ''Dymaxion Song''. E la canzone che omaggia l'inventore recita: ''Rendi il mondo al caso rendilo uno scherzo rendi onore ai vivi rendi gloria al nulla ricordati di Alexandra e offri un giro alla fortuna ti piaccia o no'' (Alexandra era la figlia di Fuller, morta nel 1927).
''La notte'' come ''La cena'' torna tra la gente, torna ad una dimensione più privata, in uno scenario affollato di volti. In questo passaggio in particolare, uno dei migliori del disco oltre che il più ''Massimo Volume'', si fotografano una serie di persone: persone comuni, con i loro drammi universali. Marco, Carlo, Anna, Mirko, Elena, Luca, Leo, Stefano, Laura, Gianni, Andrea, Sergio, Mimmo, occupano la scena con le loro microstorie, sino ad arrivare a quell’''io'' generico che conclude e chiude il cerchio ''E io? Io aspetto qui e mi affido alla notte che confonde le tracce che nasconde i rifiuti che ritorna costante''.
In ''Compound'' lo scenario della notte continua a padroneggiare. Ma mentre nella traccia precedente rappresenta un rifugio a cui affidarsi, il buio rassicura perché nasconde le brutture, qui l'oscurità assume connotazioni di paura e terrore: si evoca la morte di Bin Laden, uno scenario di guerra ''tra le rovine del nostro mondo perfetto''.
Dalla guerra si torna ancora ad una dimensione privata, con la storia di Silvia Camagni, che a sedici anni scappa di casa e ora vive a Berlino. La canzone intitolata al coraggio e alla storia romantica di questa figura femminile prende dichiaratamente spunto da ''She’s a woman'' degli Hüsker Dü.
Si prosegue con ''Il nemico avanza'' riprendendo nuovamente le atmosfere già evocate in ''Compound'' e ''Aspettando i barbari''. Loschi figuri, la durezza della guerra, immagini spietate, suoni ruvidi, chitarre taglienti e richiami noise.
Il cerchio si chiude con ''Da dove sono stato'', l'ultima traccia del disco. Un elenco di figure, che in vario modo hanno influenzato il percorso dell'autore, a cui egli si rivolge con un ringraziamento finale e un saluto che, carico di gratitudine, ha l'aria di un dichiarato addio. ''A tutto questo vi lascio e corro incontro ai giorni che mi spettano, le carte appese al petto e una versione di riserva per tutte le strofe uscite male e le frasi sbagliate che nessuno potrà più cancellare, io vi saluto e mi inchino, io vi saluto e pieno di rispetto vi dico addio''.
Dieci episodi densi e drammaticamente poetici, la cui essenza possiamo racchiudere nel dipinto raffigurato in copertina (di Ryan Mendoza), un abbraccio tra due figure: la prima che sorregge, la seconda che si abbandona.
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