«DREAM RIVER - Bill Callahan» la recensione di Rockol

Bill Callahan - DREAM RIVER - la recensione

Recensione del 10 ott 2013 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

“Dream river” è quel tipo di disco che può far felici diverse tipologie di ascoltatori. Gli appassionati “di genere”. E quelli invece che possono apprezzare una buona collezione di canzoni, a prescindere dal genere.
Il nome è quello di Bill Callahan, che chi segue la musica americana conosce bene (o ha almeno sentito nominare, anche solo di sfuggita). Ne è passato di tempo dagli esordi nel giro di quello che una volta si chiamava low-fi: oggi, quasi 25 anni dopo, Callahan è semplicemente un cantautore maturo, uno dei migliori interpreti di quello che in ambito anglosassone oggi si definisce “Americana” e che non è altro che la più classica tradizione cantautorale rivisitata.
Questo è tra i più bei dischi di cantautorato rock classico che vi può capitare di sentire di questi tempi, forse il più bello dell’ultimo anno assieme a ”The graceless age” di John Murry e al prossimo album di Jonathan Wilson, “Fanfare”, di cui si parlerà più avanti.
Rispetto a questi due, Callahan è meno sperimentale (non gioca con l’elettronica come Murry) e meno ambizioso nelle orchestrazioni (che sono il punto forte di Wilson). Ma ha dalla sua una “voce” decisamente più forte - dove con questo termine si intende non solo il timbro vocale: scuro, profondo, quasi lirico e declamatorio. Ma proprio una voce narrativa forte, fatta di storie e parole che ti arrivano dritte come rasoiate. “I’ve got limitations/Like Marvin Gaye/Mortal joy is that way”, fa dire al personaggio della stupenda apertura di “The sing” - ma sembra quasi schermirsi - le sue storie sono fatte così, di brevi battute, che verrebbe voglia di usare tutte come citazioni, e che assieme dipingono un mondo, solo apparentemente marginale.
“Dream river” è meno scuro di “Apocalypse”, l’album di due anni fa. E’ un disco fuori dal tempo, semplice eppure complesso musicalmente: arrangiamenti fatti con pochi strumenti, ma con ritmi e colori ben precisi, che sembrano richiamare il folk jazz di Nick Drake, Tim Buckley o di Terry Callier. Sarebbe fin troppo facile, visto il titolo, dire che è un album sognante - ma in fin dei conti è proprio così. Una perfetta colonna sonora per l’autunno che arriva.
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