Recensioni / 01 ott 2013

Nirvana - IN UTERO - 20TH ANNIVERSARY SUPER DELUXE - la recensione

Voto Rockol: 5.0 / 5
Recensione di Marco Jeannin
IN UTERO - 20TH ANNIVERSARY SUPER DELUXE
DGC (CDx4)
E pensare che adesso certa gente si devasta di paranoie quando si trova a dover entrare in studio per il “ fatidico secondo album”. O, peggio ancora, per il terzo; quello chiamato magari a “…ripetere i fasti del secondo”. Il secondo album dei Nirvana si intitola “Nevermid”. Trenta milioni di copie vendute. Il simbolo di una generazione. La volta epocale. Il disco più importante degli anni Novanta. Il disco che una volta uscito ha polverizzato tutte le classifiche, ribaltando completamente il canone; il disco che ha sdoganato le camicione di flanella da quattro soldi, passate in pochi mesi dalle periferie delle città alle copertine delle riviste. Era il 1991 e niente sarà più come prima. Ecco, due anni dopo questo cataclisma è uscito “In utero”. E non si può parlare di “In utero” senza passare prima da “Nevermind”.

La gestazione di “In utero”… Kurt, dopo “Nevermind”, inizia a dare segni di… chiamiamola insofferenza. “Nevermind” per come lo vede lui, è un album troppo prodotto, troppo pulito e ragionato, lontano anni luce da “Bleach”. Da Butch Vig si passa quindi prima a Jack Endino e poi a Steve Albini (molto interessante la sua lettera inviata al trio poco per convincerli a registrare con lui. La trovate qui). L’approccio di Albini è completamente diverso rispetto a quello di Vig per “Nevermind”; è quello di cui i Nirvana, di cui Kurt ha bisogno: in un paio di settimane (“Se ci vuole più di una settimana per realizzare un disco, qualcuno sta facendo qualche cazzata” disse Albini, ma non aveva fatto i conti con il meteo, la location e Courtney Love) il disco è pronto. La band lavora di getto, registrando in totale isolamento nel nulla più totale del Pachyderm Studio a Cannon Falls, in Minnesota. Fuori si gela, nevica di brutto e l’unica cosa che i Nirvana possono fare è lavorare al disco. Per Novoselic, parole sue, l’esperienza è paragonabile a una permanenza in un gulag. Dopo quattro mesi il disco viene pubblicato, non prima però che l’etichetta ci metta mano per renderlo più “fruibile”. I pezzi che finisco nella tracklist finale sono dodici e oggi, dopo vent’anni, li conosciamo a menadito. “Heart-shaped box”, “Rape me”, “Dumb”, “Pennyroyal tea”… non mi addentrerò in una descrizione di “In utero” passando in rassegna ogni singolo pezzo: ripeto, sono passati vent’anni e l’unica cosa che oggi possiamo fare per celebrare questa ricorrenza, è prendere “In utero” è affrontarlo di pancia e fare mente locale. Almeno è quello che credo io. Questo è il terzo e ultimo vero album dei Nirvana, e oggi sono passati vent’anni. Abbiamo la mente fredda, quantomeno abbastanza per affrontare l’argomento.



“In utero” doveva inizialmente intitolarsi “I hate myself and I want to die”, che poi è anche il titolo di uno dei pezzi guarda caso esclusi dalla tracklist finale. Riuscite a immaginare un modo più brutale per esprimere uno stato d’animo? Riusciamo a immaginare anche lontanamente come potesse sentirsi Kurt Cobain in quel periodo? No, io non credo. Almeno, io no ma ci provo. Ed è questo che intendo quando dico che un disco come “In utero” va affrontato di pancia: io non riesco a fare come recentemente ha suggerito Dave Grohl, non riesco a guardare a “In utero” provando a non pensare a tutto il resto; ad ascoltarlo come se fosse appena uscito. Non posso fare a meno di sentire palpabile la volontà dei Nirvana (il vero fulcro del discorso) di produrre un album duro e indigesto, la necessità di riportare tutto a un livello più umano, di ritrovarsi dopo l’esplosione atomica causata dall’uscita di “Nevermind”: “Teenage angst has paid off well / Now I'm bored and old” (da “Serve the servants”). Non posso fare a meno di vedere il volto di Kurt Cobain mentre mi canta addosso la sua condizione (“What else should I be / all apologies / What else should I say / everyone is gay / What else could I write / I don't have the right / What else should I be / all apologies”) passando dalla luce all’oscurità, dal quasi pop al punk più grezzo, in modo così brutale e così ironicamente sottile (“I think I'm dumb / or maybe just happy / Think I'm just happy”), quasi schizofrenico (“I am my own parasite / I don't need a host to live / we feed off of each other”) da lasciarmi inerme a fare i conti con il grande vuoto che si fa largo in testa. E’ questo che contraddistingue “In utero, più di tutto, e dopo vent’anni è ancora la sua innegabile forza. Clamorosa. Dischi così, mi sia concessa questa retromaniaca nostalgia, non ne escono più perché persone come Kurt Cobain non esistono più.

La mastodontica Super Deluxe Edition appena uscita celebra i vent’anni di “In utero” riproponendo il disco originale arricchito da b-side, demo strumentali, versioni originali (i mix di Albini), un inedito (“Forgotten tune”, strumentale) e diciassette pezzi dal vivo, il tutto spalmato su tre dischi più un dvd (“Live & Loud: Live at Pier 48, Seattle, WA - 12/13/93”). Tantissimo materiale di cui buona parte adatto, come sempre, a soddisfare la fame di tanti collezionisti e feticcioni. Le cose più interessanti, a mio avviso, sono ascoltare “Heart-shaped box” e “All apologies” per come erano state concepite in studio nel 1993 prima della revisione di Scott Litt (il produttore dei R.E.M., l’uomo chiamato dall’etichetta a dare una “sistemata” prima dell’uscita del disco), perdersi nella semplicità grezza dei sette strumentali più la “Jam” sul secondo disco (e stare faccia a faccia con l’essenza di un sound: strepitosi) e sottolineare come, giustamente, nel live che compone il terzo non sia presente “Smell like teen spirit”. Ah, e poi c’è “Marigold”, un seme piccolissimo e tanto fragile da cui sbocceranno di lì a qualche anno i Foo Fighters. Un momento non da poco. Concentriamoci su questo e lasciamo che il resto faccia il suo dovere.

Perché “In utero” ad oggi, dopo vent’anni, è ancora un distillato squassante di rabbia, vita e morte.

“Out of the ground
into the sky
out of the sky
into the dirt”