«BE - Beady Eye» la recensione di Rockol

Beady Eye - BE - la recensione

Recensione del 14 giu 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Sarebbe bello poter parlare dei Beady Eye, e, per esempio, di un disco come questo nuovo “BE”, senza dover per forza ogni volta ritornare sul cosiddetto “affaire Oasis”, o tantomeno farsi rapire dalle strepitose dichiarazioni che il buon vecchio Liam ogni tanto si lascia “sfuggire”. Vedi “ogni tanto mi drogo ancora”. Oppure: “I fan degli Oasis boicottano i Beady Eye”. E, dulcis in fundo, “…sarebbe bello suonare di nuovo insieme per i venti anni del nostro primo disco (“Definitely maybe”). Io ci starei”. Sarebbe bello anche parlare dei Beady Eye parlando solo dei Beady Eye; come di una qualsiasi band. Ho idea però che parlare dei Beady Eye significhi precisamente parlare di tutto quello che circonda i Beady Eye. La vita e le dichiarazioni di Liam. Le risposte, rare, di Noel. Le trovate ad effetto dell’ultimo minuto (i Talent show in questo senso sono e saranno una manna nel futuro prossimo). Perché presa da sola, la musica dei Beady Eye forse non basta: è tutto l’insieme che conta. E magari è pure meglio così. Del resto, checché se ne dica, Liam è una delle ultime rockstar degne di questo nome. Che continui pure a fare il suo mestiere, in studio e fuori.

E se del “fuori” già abbiamo detto, in studio Liam si è tornato all’opera giusto per dare un seguito al comunque dignitoso “Different gear still speeding”, accompagnato dalla banda di soliti noti: Archer, Bell e Sharrock, coadiuvati nella fattispecie dalla new entry Jay Mehler al basso e, cosa più interessante di tutte, da David Sitek dei Tv On The Radio. David Sitek che questo nuovo “BE” l’ha prodotto prendendo il materiale di partenza, pezzi tipicamente in stile Beady Eye tanto per intenderci, né più né meno, e lavorando leggermente in sottrazione per potersi poi concentrare sul lavoro da fare sul sound. Un sound alla “Sitek”: “BE” è, molto semplicemente, il nuovo disco dei Beady Eye, con gli stessi pregi e difetti del suo predecessore, che però suona un po’ Tv On the Radio. Consci della scelta della biciletta, Liam e compagni l’hanno inforcata convinti iniziando a pedalare in questa direzione. Stop.



Undici i pezzi in scaletta, che diventano quindici nella versione deluxe e ben diciassette in quella per il mercato giapponese. Buona l’apertura con “Flick of the finger”, uno dei due singoli; il crescendo è onesto per quanto un po’ troppo privo di mordente. Che poi, in due parole, è la descrizione migliore dei Beady Eye. Liam, da par suo se la canticchia in scioltezza, mentre lo speech finale dell’attore inglese (di origine iraniana) Kayvan Novak contribuisce a definire il clima generale del disco: pop music di stampo brit rock, ma aggiornata al 2013. Trattata. “Soul love” è, invece, una ballata minimal-distensiva dal retrogusto algido, vagamente sintetico. Insapore. Meglio in questo senso i riff vintage e iper tradizionali di “I’m just saying” e “Face the crowd”, pezzi quadrati e senza troppe pretese, impreziositi comunque da un arrangiamento più stratificato di quello che può sembrare a prima vista. Onore al merito a Sitek, uno che ha capito che i Beady Eye non scriveranno mai pezzi epocali e che si è dato da fare per trasformare il “buono” quantomeno in “interessante”. Missione compiuta? L’impegno c’è e si sente, ma sembra sempre che manchi qualcosa… qualcosa in termini di songwriting. Mancanza sopperita in parte da un suono comunque innegabilmente diverso, vedi “Second bite of the apple”. Per quanto mi riguarda un singolo promosso a pieni voti anche solo per la voglia di rischiarla un po’. Pace e amen se sembra un featuring di Liam su un pezzo dei Tv On The Radio; ce ne faremo presto una ragione. “Soon come tomorrow” continua poi lungo questa strada. La ballata è molto semplice, ma è in questa sua semplicità che trova la dimensione ideale. Belli i due assoli che vanno a sovrapporsi, bello il tessuto sonoro a fare da sfondo. Non sarà “Wonderwall”, chiaro, ma quelle vengono una volta nella vita. Eh. Meno bella invece “Iz rite”, un pezzo fin troppo scontato, mentre su “Don’t brother me” andrebbe scritta una recensione a parte. Tanto per cominciare si citano fin troppo esplicitamente i Beatles già dal titolo. Cosa che in casa Gallagher iniziava ad essere già trita qualche anno fa. Bah. Poi apri il pezzo e dentro ci trovi pure “Come on now, give peace a chance, take my hand, be a man”… Cosa si diceva prima? Non è possibile parlare dei Beady Eye senza toccare tutto il resto? Eccoci serviti. Il pezzo poi non è neanche quel gran pezzo; anzi. Oltre al danno la beffa. Tanto vale concentrarsi sul finale di “Shine a light” (qui citiamo gli Stones?), cinque minuti di gustoso psichedelic brit pop à la mode, seguito dalle ballad conclusive “Ballroom figured” e “Star anew”, purtroppo di nuovo trascurabili. E se le ballad e i Beady Eye non vanno d’accordo, forse un motivo c’è.

Perché per quanto i Beady Eye ci provino, sembra sempre che manchi qualcosa. Da soli non bastano. Chiamiamo allora Sitek, scelta insolita ma, secondo me, azzeccata; quantomeno ha rinfrescato. Mettiamoci poi le dichiarazioni di Liam, i gossip e le trovate dell’ultimo minuto e da tutto questo marasma si tira fuori un disco comunque, di nuovo, dignitoso.
La verità è che possiamo anche stare qui a raccontarcela, ma quell’unica cosa che manca, e che si cerca in tutti i modi di rimpiazzare, ha un nome e un cognome.
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