«MORE LIGHT - Primal Scream» la recensione di Rockol

Primal Scream - MORE LIGHT - la recensione

Recensione del 10 mag 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

"Più luce", fiori in copertina, voglia dichiarata di suoni ariosi e aperti. Ma la rinascita e il flower power propugnati dai Primal Scream sono solo un lato della medaglia. Tanto che il "2013" così come lo racconta la band scozzese in nove minuti nove di sibili elettronici, grooves, clangori chitarristici, fiati arabeggianti e Rolling Stones sulla strada per Joujouka come sarebbe piaciuto a Brian Jones , è un anno plumbeo e disperato, popolato da "schiavi del ventunesimo secolo", vittime del post thatcherismo e ragazzini incappucciati pronti a tutto per un paio di Nike (ricordate le rivolte londinesi di due estati fa?); così da sollevare l'invocazione di una nuova rivoluzione giovanile e slogan di protesta come se a suonare ci fossero i Clash ("Equalize!").

Ci vuole fegato, sfacciataggine e fiducia in se stessi per cominciare un disco così, qualità che a Bobby Gillespie e i suoi non sono mai mancate e che a volte gli hanno spinti oltre il precipizio. Stavolta, però, e nonostante i difetti congeniti (il voler dire tutto e subito, una bulimia sonora che porta a volte all'indigestione) si sente che hanno ingranato una marcia in più, e che il loro progetto di rock'n'roll psichedelico e sperimentale, con le chitarre "usate in chiave orchestrale" e la voglia di "incasinare le architetture ritmiche" allontandosi dai canoni del pop rock, ha la lucidità, la ferocia e la determinazione necessarie per arrestarsi (spesso, non sempre) al di qua della soglia del caos e del velleitarismo. Subito dopo "2103", tocca a "River of pain" sfidare ulteriormente leggi di gravità, aspettative e pazienza degli ascoltatori con un ammaliante raga rock di sette minuti che potrebbe scorrere sulle rive del Niger quanto a bordo del Gange; un pezzo fluido e indecifrabile che a metà si dissolve in un break dissonante e cacofonico memore forse delle lezioni della musica concreta, degli esperimenti del BBC Radiophonic Workshop e dei Beatles più avventurosi, "Revolution 9" e dintorni. Il "fiume del dolore" è lo spartiacque: arrivati a quel punto, chi vuole lasciar perdere lo avrà già fatto e gli altri resteranno incollati al disco fino alla fine dei suoi tumultuosi settanta minuti.

Volevano un produttore (David Holmes, mago della musica da cinema) che sapesse giocare con i suoni, col fuoco e con gli effetti panoramici, e sono stati accontentati. E non sarebbero i Primal Scream se un pezzo non fosse diverso dall'altro e non ci fossero gli amici a dare una mano. Il casting è magari prevedibile ma impeccabile, Mark Stewart (Pop Group), Kevin Shields (My Bloody Valentine) e Robert Plant sono pienamente calati nel ruolo: soprattutto lo Zeppelin, che ultimamente non sbaglia un colpo e che qui aggiunge armonica, gorgheggi suadenti e acuti a un "post millennium blues" ("Elimination blues") in cui la sua presenza, per quanto casuale, non è un capriccio e neppure una trovata di marketing. Di solito, con i Primal Scream, il gioco delle citazioni viene facile, ma stavolta - ed è il pregio del disco - è molto più sfuocato e sfuggente, insufficiente a descrivere il perimetro espanso e flessibile entro il quale si muove la loro musica mutante. Rock ed elettronica, Madchester, kraut rock e Prodigy in "Culturecide" (il refrain urlato da Stewart), danza macabra su una bomba al neutrone. Iggy, gli amati Stooges e i barriti strazianti di un sax no wave in "Hit void". Il garage psichedelico di "Nuggets" in "Turn each other inside out", l'r&b più acido e roccioso in "Sideman" (ma ci vuole fantasia per scorgerci, come l'NME, tracce di Ronettes e di Phil Spector). Tutto vero, ma non basta: e forse solo il contagioso singolo "It's alright, it's OK", una interpolazione tra la "Movin' on up" di "Screamadelica" e "You can't always get what you want" scandita da bongos, chitarra acustica e pianoforte, rivela subito la sua natura e le sue fonti di ispirazioni primarie.

Messa subito in campo l'artigliera pesante, la band comincia a usare la cavalleria leggera dal quinto pezzo in poi: nel pub rock fiatistico, immediato e incalzante di "Invincible city", nel carezzevole ritornello pop e nei ritmi da vecchia balera di "Goodbye Johnny", nella solarità e nella dolcezza "fumata" di una ballata hippie come "Walking the beast". Ma basta una "Relativity", lì quasi in fondo, a scombinare un'altra volta le carte con quel suo tono allucinato e quel fragore figlio di collisioni tra ritmi, melodie e canzoni diverse. E' una di quelle occasioni, forse, in cui i Primal Scream osano anche troppo e oltrepassano il limite. Si chiude volentieri un occhio, perché anche se ormai sono una istituzione nelle loro mani il rock non è ancora corporate, è sporco, indisciplinato e si prende volentieri il rischio di rompersi l'osso del collo.
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.