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will.i.am - #WILLPOWER - la recensione

Recensione del 24 apr 2013 a cura di Michele Boroni

La recensione

I Black Eyed Peas sono stati uno dei gruppi più popolari di Hip-Pop degli anni zero. Animali da party (meno da palcoscenico), puro disimpegno, ma che hanno lasciato una manciata di singoloni martellanti (“I gotta feeling” tra tutti).
Non abbiamo notizie su un loro scioglimento, quel che sappiamo però è che al leader Will.I.Am la band va molto stretta. Da alcuni anni lo si vede un po' dappertutto, dall'endorsement a Obama - con tanto di inno “Yes we can” - a coach di “The Voice UK”, da direttore creativo della Intel Corporation (?!) a un miliardo di featuring (anche con i morti, vedi Michael Jackson) e produzioni - tra cui, pare, anche l'ultimo degli U2 - in una sorta di versione trash-pop-tamarra di Jay-Z.
Più che un artista, un brand. Lo si capisce dal nome e dal logo che lo identifica: nel suo quarto disco da solista, il suo simbolo è racchiuso dentro l'icona dell'accensione degli apparecchi elettronici. Si intitola “#WillPower” (con il cancelletto, come Mengoni), e ci vuole davvero tanta forza di volontà per arrivare, sani e salvi, alla fine del disco.
"#WillPower" è una brutta e lunga - nell'edizione De Luxe arriva a un'ora e mezzo - raccolta di pezzacci della peggiore dance che si possa trovare in circolazione, in un misto tra David Guetta, gli Swedish House Mafia (che in confronto sembrano gli Earth Wind & Fire) e tutti i suoni più in voga oggi, con l'aggiunta di tonnellate di auto-tune. Insomma, un vero e proprio disco trash, inteso nella definizione di Tommaso Labranca, ovvero emulazione mal riuscita di un esempio “alto” (si fa per dire).
Così “Ghetto Ghetto” con la voce infantile del rapper Baby Kaely ricalca “Hard Knock life” del già citato Jay Z, “Getting Dumb” sembra un qualsiasi pezzo di Katy Perry e “That Power” con Justin Bieber è la copia carbone del suo stesso “Scream & Shout” con l'aggiunta di ridicoli inserti à la Daft Punk. In tutto questo, il pezzo con Britney Spears che sfodera un assurdo accento british (“everybody in the clob”) rimane uno delle canzoni più interessanti di #WillPower.
Nonostante tutto, il disco contiene dei pezzi che ci martelleranno tutta l'estate anche per la lunga lista di ospiti e collaboratori, pur mancando “T.H.E. (the hardest ever)” il singolo dello scorso anno (di scarso successo, invero) con J.Lo e Mick Jagger. E' molto probabile però che la canzone con Myles Circus, con quel fischiettino riconoscibile, diventi la colonna sonora di qualche spot giovane sugli sms gratis proposta da un fornitore telefonico a caso. I pezzi di matrice più hip-hop (“Geekin'”, “Freshy”) alla fine sono i meno peggio, ma anche queste sono copie di idee già sviluppate da rapper come di rango come Kendrick Lamar o A$ap Rocky.
Sulla parte dei testi stendiamo un velo pietoso, basta solo leggere i titoli delle tracce per capire il livello di banalità su cui ci si muove.




Prima di chiudere, l'Oscar della “worst song ever” va assegnata a “Great times are coming” che parte con il piano simile a “Let it Be” dei Beatles, poi diventa un pezzo dei Coldplay e dopo aver fatto il verso a Kanye West, ruba un'aria a Johann Pachelbel per trasformarlo poi nel solito zanzarone. D'accordo fare i furbetti, ma qui si esagera.
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