«READY TO DIE - Iggy Pop» la recensione di Rockol

Iggy Pop - READY TO DIE - la recensione

Recensione del 23 apr 2013 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Ciao Iggy, come va? Spero bene. È tanto che non ci si sente (perdonami: “Préliminaires” e “Après” non ce l’ho proprio fatta a finire di ascoltarli), ma tu sai che sei sempre nei miei pensieri… del resto, come ti ho già detto più volte, è merito tuo e degli Stooges, in parte, se io sono ciò che sono e se ascolto certa musica.
Volevo dirti che ho sentito il nuovo disco di Iggy And The Stooges, quello con James Williamson alla chitarra (per forza, Ron è morto… maledizione) e considerati la passione con cui ti ho seguito e i soldi che ho speso per comprare anche i bootleg più infami degli Stooges (quelli con i titoli diversi ma sempre gli stessi pezzi dentro), mi sento di potermi prendere la libertà di parlarti con molta franchezza. Spero non ti offenderai; anzi, so per certo che non te ne fregherà molto… quindi lo faccio.
Iggy, io il disco l’ho sentito bene e più volte. Devo dire che rispetto a “The weirdness” è 100 volte meglio (ci voleva davvero tanto poco!), però… però sulla copertina c’è scritto Iggy And The Stooges e non posso fare finta di non avere mai posseduto quelle quattro copie di “Raw power” (per non parlare di quelle di “The Stooges e “Fun House”). Non posso proprio. Quindi quello che mi resta è una sensazione di insoddisfazione, perché tu mi dici che esce un nuovo disco di Iggy And The Stooges e, anche se in cuor mio so che non è possibile, io mi aspetto una resurrezione. E no, non è così.
Al limite si può parlare di resurrezione – parziale e da far verificare, con pignoleria da burocrate ottocentesco, al CICAP – del progetto Pop/Williamson, quello che regalò al mondo il bistrattato “Kill city”… ma di Stooges dell’era “Raw power” qui c’è pochissimo, quasi nulla. E comunque, anche nel caso di scenario “Kill city”, l’impressione è che i pezzi di “Ready to die” siano rimasugli d’epoca recuperati e finiti con l’incoscienza della senilità rock’n’roll, che magari ti porta a credere che il nome basti per sfangarla. Prova, caro Iggy, a fare una chiacchierata con Mick Jagger a tal proposito… ti dirà che ai fan non interessa molto sentire pezzi nuovi delle band-icona: e, per quanto cinico, probabilmente non ha tutti i torti.
Perché Iggy, tu e i monumenti come te combattete una lotta impari contro il tempo, che è passato implacabile, c’è poco da fare. A nulla servono gli addominali ancora tirati, il sudore, i capelli sempre lunghi e folti, le foto col pisello al vento… il rock’n’roll invecchia dentro alle persone e non è come il vino. O meglio: come il vino, se non si sta attenti diventa aceto, dopo tanto tempo.




Comunque, Iggy, ora la smetto di farti la paternale (dovresti essere tu a farla a me e a quelli come me!) e ti dico col cuore in mano cosa penso del tuo nuovo disco. Ci ho sentito una bella manciata di ottimi riff, roba all’altezza degli Stooges post “Raw power” (quelli documentati solo nei bootleg, con pezzi come “Open up and bleed”, per dire…). Però solo riff, perché mediamente mancano le canzoni intere; non fraintendermi, i pezzi sono ovviamente completi, ma troppo spesso sembrano vecchi avanzi tirati fuori dai cassetti e completati fuori tempo massimo. Per cui mi trovo con una “Burn” dal riff davvero bello, ma con un ritornello moscio; un riempitivo come “Sex and money”; un altro ottimo riff in “Job”, ma con un cantato banale; una muscolare “Gun”; un’orribile ballata dal sapore hawaiano (“Unfriendly world”… ma cosa ti è venuto in mente?); un bel pezzo di protometal come “Ready to die” (peccato un Williamson un po’ incerto come solista); una composizione pazzesca come “Dd’s”, davvero alla “Kill city”, parzialmente ammosciata da te che ti senti troppo crooner; una convincente e tiratissima “Dirty”; una ballata finalmente da brivido (“Beat that guy” che pare davvero una outtake di “Kill city”; e infine un’autocelebrativa (ma poco mordente) “The departed”, che cita di proposito il riff di “I wanna be your dog”.
Per chiudere, Iggy: forse era meglio se non lo mettevi in commercio come disco degli Stooges. Tutti aspettavamo una cosa alla “Raw power” e invece abbiamo ottenuto una specie di “Kill city” senza il dramma e senza la droga, con te che cerchi di fare troppo il cantante maturo invece che il frontman protopunk. Il che non è necessariamente un male… ma un po’ lascia l’amaro in bocca.
Tu e Williamson potete ancora fare buone cose insieme e “Ready to die” lo testimonia in più di un frangente. Però forse è il momento di smettere di tirare in ballo gli Stooges: non volermene…
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