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Recensioni / 15 apr 2013

Eric Burdon - 'TIL YOUR RIVER RUNS DRY - la recensione

Voto Rockol: 3.5/5
Recensione di Alfredo Marziano
'TIL YOUR RIVER RUNS DRY
ABKCO (CD)
Leone ruggente dell'r&b revival e voce ribelle della British Invasion ai tempi eccitanti e irripetibili degli Animals ( ricordate l'appassionato omaggio di Bruce Springsteen al South by Southwest dell'anno scorso? ), cantore di Monterey e delle notti di San Francisco in piena stagione flower power, pioniere del funk rock interrazziale (con i War), anti star caduta troppo presto nell'oblio (relativo, in Germania ha sempre conservato un buon seguito) e tuttora in credito con la sorte, Eric Burdon è prossimo a compiere 72 anni, 50 dei quali trascorsi tra il palcoscenico e lo studio di registrazione. "'Til your river runs dry" diventa così l'occasione per un bilancio, il completamento di un ciclo e l'inizio di un altro, il racconto di una storia e di un viaggio musicale ed esistenziale da parte di un sopravvissuto, un "Mr. Anarchia" - la definizione è sua - talmente estraneo al music business e a calcoli di "riposizionamento artistico" da celebrare l'ennesima rinascita e la speciale occasione senza bisogno di ospiti o di un produttore di grido (ad aiutarlo al banco di regia è il batterista/percussionista texano Tony Braunagel, suo collaboratore ultratrentennale).

Gli bastano buona memoria, la classe e il mestiere, una forma fisica invidiabile, una band sintonizzata sulle sue onde sonore e un suono analogico imbastito su un intreccio caldo e pastoso di chitarre e organo Hammond B3 per rimarcare confini e percorsi della sua mappa emotiva, politica e geografica. Blues e rock blues ne sono ovviamente i punti cardinali, tra una vitalissima marcia funebre alla maniera di Kingston e di New Orleans ("In the ground") e un'immaginaria "Invitation to the White House" al cospetto del presidente Obama in cui il vocalist sventola la sua bandiera pacifista in un'atmosfera da jazz club da ore piccole incorniciata da impeccabili assoli di cornetta e pianoforte. Lo sguardo è rivolto al passato, ma molto anche al presente, tra le preoccupazioni ecologiche di "Water" (impianto rock classico e robusto) e un "Memorial day" che accanto ai caduti in guerra ricorda hippies e poeti (la parte non violenta della trincea) mentre "Old habits die hard", un altro bel graffio sonoro, getta un ideale ponte ideologico tra le rivolte a Parigi e Los Angeles nei Sessanta e la primavera araba in Libia e in Egitto.





In vena, più che mai, di manifestare il suo senso di appartenenza a una cultura e a una Storia, Burdon snocciola la sua galleria di eroi a partire da quel Bo Diddley che al primo ascolto lo travolse "come un grande treno merci che sferraglia nella notte", qui omaggiato con una ringhiosa cover di "Before you accuse me" (Creedence, Eric Clapton e tanti altri) e con uno scoppiettante brano autografo che, dopo un breve prologo gospel, ne ricalca l'inconfondibile "polongo beat" offrendone un riverente, commosso e divertito ricordo ("aveva una mano come un piatto di fish and chips"). Più tardi tocca al Fats Domino riemerso clamorosamente dalle acque maligne e fangose dell'uragano Katrina, protagonista di uno spettacolare voodoo rock in odor di Dr. John inciso in una sola take a New Orleans di cui lo stesso Burdon ha confessato di andare giustamente fiero, mentre i fantasmi di Jim, Jimi e Janis, accanto a quelli di Amy e Kurt, aleggiano nel monito di "27 forever", ballata accorata, arricchita da tromba e sax ma non particolarmente incisiva. Non è tutto di primissima qualità, il repertorio ("Wait", latineggiante dedica alla moglie con contrappunti di chitarra spagnola, è troppo lieve per lasciare un'impronta), ma è impressionante nell'arco del disco la tenuta vocale dello shouter di Newcastle e sono da applauso certi suoi vigorosi colpi di coda: lo swamp rock stile Creedence e Tony Joe White di "Devil and Jesus", per esempio, specchio di un'anima tormentata e alimentata da perenni conflitti interiori, o l'impeccabile ripresa dell'ottima "Medicine man" di Marc Cohn , scrura, profonda e intrigante. Eric sa renderle vitali e autentiche senza apparente sforzo, grazie a una straordinaria e spontanea sicurezza interpretativa, a un'energia rabbiosa e sorprendente, a una biografia e a una personalità davvero fuori misura ("larger than life", come dicono gli americani). Che vita, la sua. Che voce, e che musica.