«WINTER WHALES WAR - SadSide Project» la recensione di Rockol

SadSide Project - WINTER WHALES WAR - la recensione

Recensione del 15 mar 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Certo che dopo aver sentito un pezzo come “Nothing to lose blues” sono tutti bravi a dire Black Keys. Tra l’altro anche i Sadside Project sono in due. Quindi? Che cosa vogliamo fare? La perdiamo in partenza questa partitella tra amici? Diciamo che se si vuole davvero competere servono quantomeno degli “aiutini”, sia da un punto di vista formale che sostanziale. Gioca a tuo favore, ad esempio, la freschezza che può darti un genere come il garage blues, sempre che uno lo sappia maneggiare. Sarebbe utile anche avere una base solida, magari un immaginario affascinante su cui poi costruire un suono; tipo Melville e le sue balene, La Balena; taverne e marinai con una bella sbronza in corso che si portano appresso cori, schitarrate e un bel po’ di sana allegria (“This is halloween”). Tipo Walt Whitman, e le sue poesie; la Poesia, in senso assoluto. Perché d’accordo: pirati, balene, filastrocche e racconti d’alto mare, ma l’oceano è profondo e la prima cosa che devi cercare è te stesso, magari attraverso una ballata (“Winter Whales War”, non a caso il pezzo più lungo in scaletta e titletrack del disco). Tipo i Beach Boys e la loro “Sloop John B”, che come pezzo a questi ragazzi calza davvero a pennello. E se anche tutto questo non fosse sufficiente, ecco arrivare in fila Roberta Sammarelli dei Verdena, Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion, Alberto Mariotti e Wassilij Kropotkin dei King of the Opera più una lunga schiera di musicisti della scena indipendente della capitale chiamati a dare man forte. Ecco, diciamo che essa così la faccenda suona un pelo diversa.



“Winter Whales War” è stato registrato allo Studio Nero di Roma, prodotto da Giancarlo Barbati (Muro del Canto) e conta dieci pezzi all’insegna dell’ormai rodato garage blues che la band propone fin dai tempi della formazione, e cui si faceva riferimento poco fa. Non ci sono tante altre cose da dire dal punto di vista del sound; questo è un disco relativamente semplice da digerire, bello da ascoltare e, una volta tanto, completamente libero da paturnie di qualsiasi genere. Gianluca Danaro e Domenico Migliaccio hanno semplicemente confezionato un album in grado di funzionare già a livello epidermico, eppure capace di scendere in profondità. Che tra l’altro è una cosa tutt’altro che semplice. In altre parole un disco dall’animo pop, melodico e avvolgente, ma anche grezzo, punk e garage, a tratti irruento. Tante le chitarre, tanti i riff, tante e belle le melodie che invitano a lanciarsi nel mezzo dei bagordi sottocoperta. “The same old story”, per dire: strofa aggressiva e ritornello da singalong. “My favorite color”: ballata d’altura dai contorni folkeggianti. “1959 (The last prom)”: profumo di “Incanto sotto il mare”, evoluzioni chic to chic in abiti vintage color pastello. Come strappare un sorriso. Di “This is halloween”, “Nothing to lose blues” e della titletrack poi si è già detto. “Edward Teach also known as Blackbeard” ha un attacco alla Jet, di quelli buoni però. “Hold fast”? Puro divertimento a base di riff. Molly? Il singolo dalle spalle larghe che da una parte ti stringe la mano, e dall’altra… Perché Sadside significa “lato triste”, e per quanto le dieci canzoni che compongono questa opera prima trasudino evidentemente un certo entusiasmo, sotto sotto c’è qualcosa di più. Un qualcosa che salta fuori con gli ascolti e che rende questo album meritevole del tempo che si deciderà di dedicargli. Motivo questo che ha reso i Sadside Project una delle band che The Observer, la nostra rubrica dedicata agli emergenti, sta tenendo d’occhio da vicino. I trentasette minuti di “Winter Whales War” poi fanno il resto.
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