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Recensioni / 12 mar 2013

Jimi Hendrix - PEOPLE, HELL AND ANGELS - la recensione

Voto Rockol: 3.0/5
Recensione di Alfredo Marziano
PEOPLE, HELL AND ANGELS
Sony Legacy (CD)
Il grande disco postumo di Jimi Hendrix , lo sappiamo, non esiste. Non c'è uno "Smile" su cui fantasticare, non c'è un Santo Graal di cui provare a ricomporre i cocci (si parla, qui, di materiale di studio, perché tra gli innumerevoli documenti dal vivo - il box dei concerti del Winterland dell'ottobre '68, per dirne uno - i tesori, anche recenti, non mancano). Ci si accontenta dunque di schizzi, scarabocchi, prove, tentativi, esperimenti disseminati in pochi intensi anni di attività senza soste da un musicista così preso dalla sua missione da passare in sala di incisione (i Sound Center, gli Hit Factory, i Record Plant newyorkesi) ogni ritaglio di tempo prima di costruirsi un giocattolo tutto suo in cui sbizzarrissi in santa pace (gli Electric Lady Studios tuttora in funzione nel Greenwich Village). Affastellando bobine su bobine, nastri su nastri che la Experience Hendrix diretta dalla sorellastra Janie L. estrae con sistematica e diabolica perseveranza da un cassetto apparentemente senza fondo affidandone la ricostruzione a due superspecialisti come l'inappuntabile ex braccio destro Eddie Kramer, mago dell'ingegneria sonora, e il biografo/archivista John McDermott. E "People, hell and angels" è, a sua volta, un disco da storici e da specialisti, un gruzzolo di istantanee sparpagliate tra il marzo del 1968 e l'agosto del 1970, tra la prima session di studio negli Stati Uniti di ritorno dai fasti londinesi e gli ultimi mesi di vita, inanellate in una sequenza che privilegia criteri di flusso e scorrevolezza a considerazioni cronologiche (non c'è la sostanza, del resto, per imbastire un racconto logico e dipanare un filo narrativo coerente). Nella dozzina di tracce presentate nell'occasione si annidano alternate takes di brani ben noti, versioni di studio di pezzi spesso catturati dal vivo e anche qualche selezione più curiosa in cui Hendrix cede il microfono ad altre voci: in "Let me move you", un vivace r&b alla James Brown che rimanda alle sue prime esperienze di turnista e accompagnatore, è il sassofonista e vecchio amico Lonnie Youngblood a prendersi un ruolo da protagonista; mentre "Mojo man" è uno scattante funk soul virato in stile New Orleans che il vocalist Albert Allen, accompagnato dalla sua band e dal celebre pianista James Booker, registrò ai leggendari studi Fame di Muscle Shoals, tempio della black music anni '60, e su cui Jimi sovraincise le sue parti di chitarra solo tempo dopo a New York.

"Here my train a comin'", qui in versione elettrica, appartiene invece alla nutrita schiera dei brani affiorati a più riprese nei live e in dischi postumi e controversi come "Rainbow bridge", "War heroes", "Crash landing", "Midnight lightning", "Nine to the universe" e "Valleys of Neptune" , (una sorta di gemello di "People..."), anche se, sotto l'egida della famiglia Hendrix, viene almeno scongiurato il rischio di quegli sciagurati montaggi posticci di cui fu responsabile ai tempi il produttore Alan Douglas, artefice di discutibili Frankenstein sonori: con un'unica eccezione dovuta a insormontabili problemi tecnici, quel che si ascolta qui è quanto consegnato ai master originali, svariando da dinamiche jam in trio con Billy Cox e il muscolare Buddy Miles, durante i primi passi della Band Of Gypsies, al sestetto (con chitarra ritmica e due percussioni) dei Gypsy Sun & Rainbows, la formazione vista a Woodstock che un paio di settimane dopo, in studio, cercava di imbrigliare lo spirito sfuggente di "Izabella" e dell'incompiuta "Villanova junction blues", meteore precipitate da una nuova galassia di musica "totale" in cui il blues e l'r&b si fondevano con il jazz e la musica latina. Ci sono sax e organi, c'è il funk dritto e asciutto di "Earth blues", ma il cuore del disco sono i pezzi in trio del periodo post Experience, alla ricerca di quel "nuovo tipo di blues" che Hendrix sperimentava con ostinazione, ricreando la musica dei maestri ("Bleeding heart" di Elmore James ) e inseguendo sonorità ultramoderne, tra il wah wah fragoroso di "Somewhere" (con al basso , uno dei pezzi più estesi e memorabili della raccolta) e il solo filtrato attraverso un Leslie per organo di "Inside out", dove Jimi sfodera un gran riff sovraincidendo una parte di basso sulla traccia base registrata in compagnia del solo Mitch Mitchell alla batteria.



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Spunti e idee poi ripresi in brani più famosi e compiuti, musica nobile con una dignità che neppure la sua forma abbozzata e transitoria riesce a intaccare più di tanto. La domanda di fondo, però, resta come sempre senza risposta: le briciole capaci di indicare il percorso su cui Hendrix si sarebbe incamminato se la morte non lo avesse colto prematuramente quel 18 settembre del 1970 sono sparse nel vento, ricostruirne il tracciato sembra un'impresa impossibile e forse anche velleitaria.