«WHAT ABOUT NOW - Bon Jovi» la recensione di Rockol

Bon Jovi - WHAT ABOUT NOW - la recensione

Recensione del 11 mar 2013 a cura di Andrea Valentini

La recensione

L’impatto con questo dodicesimo lavoro dei Bon Jovi è immediato, per quanto prevedibile. Nel giro di tre brani sembra di essere precipitati direttamente dentro la pagina di Wikipedia relativa alla voce “immagini e stereotipi degli USA dei perdenti”: highway polverose, pick-up con cassoni pieni di mobili per traslochi coast-to-coast, stivali di cuoio spelacchiati, fast food in cui muoiono storie d’amore tra hot dog e litri di soft drink, la fede incrollabile in un Dio che ti maltratta come una palla da baseball durante l’All Star Game della Major League, spolverini da urban cowboy… capita l’antifona?
Del resto Jon Bon Jovi e i suoi fedelissimi compari (sono insieme dal 1983 lui, Sambora, Bryan e Torres) sono da sempre paladini di questo immaginario – a cui, peraltro, è legato a doppio filo un sound ben preciso, con paletti e stilemi assolutamente non plasmabili, pena la squalifica e il ritiro dello stivale speronato da parte della commissione valutatrice.
E allora mettiamo il cappello da cowboy e prendiamo le chiavi del pick-up per affrontare questo viaggio a stelle e strisce – lunghetto peraltro: si sforano i 51 minuti complessivi in dodici pezzi, anche se nelle varie edizioni deluxe e regionali si arriva addirittura ai 17 brani di quella giapponese.
Chi già amava i Bon Jovi in “What about now” troverà delle cristalline e rassicuranti conferme: ci sono le melodie calde e semplici, le chitarre ipervitaminiche, il romanticismo un po’ hollywoodiano che fa sognare senza problemi a tariffe low cost e, in misura maggiore del solito, troviamo anche una bella dose di coscienza sociale in perfetto stile Obama (di cui peraltro Jon Bon Jovi è un sostenitore molto attivo). Chi non ha mai avuto interesse, d’altro canto, nella musica della band non scoverà certo nuovi spunti di interesse ascoltando il nuovo album. È una classica situazione in cui lo status quo – nel bene e nel male – viene mantenuto.



Forse, a voler bene analizzare un prodotto che ha comunque una sua oggettiva dignità (soprattutto se considerato in una continuità di proposta a base di adult/album oriented rock e contestualizzato nella carriera della band), balza all’orecchio un pizzico di patinatura e di morbidezza in più, come se l’aroma speziato dell’hard rock fosse a tratti surclassato dalla dose da cavallo di cera lucidante con cui il tutto è stato lustrato a specchio; un approccio molto anni Ottanta, in effetti, che premia lo smalto e l’apparenza, laddove ormai il grande pubblico ha imparato – vivaddio – anche ad amare un pizzico di polvere e qualche macchia di sporco verace, in fase di produzione.
Ad ogni modo il lato interessante e che – quasi paradossalmente – funziona in questo album è la capacità di fare convivere il corporate rock più tipico e commerciale (nel senso di oggetto concepito per soddisfare un mercato specifico in un’ottica di vendita) con una poetica tipica da “underdog”, con una presa di posizione a favore dei dimenticati e delle classi più disastrate della popolazione statunitense. Evidentemente le radici blue collar di Jon (nato e cresciuto a Sayreville, New Jersey, un luogo totalmente working class in cui la crisi economica tra metà degli anni Settanta e Ottanta fu devastante) sono ancora vive e vegete, a dispetto del suo status da superstar mondiale.
E allora, in buona fine, abbiamo un nuovo disco dei Bon Jovi che fanno – bene, senza dubbio – i Bon Jovi e che non deluderanno le schiere dei loro fedeli e dei convertiti.
C’è un appunto, però, che non riesco a trattenermi dal fare: è vero che l’AOR e il rock commerciale sono territori in cui tutto o quasi è stato detto, che vivono – come accade a molti generi – in parte di autoreferenzialità e di adesione costante a certi schemi ben definiti… però Jon, maledizione, possibile che in “I’m with you” tu sia riuscito a clonare la strofa di “Sick and tired” di Anastacia e il ritornello di “Poison”, uno dei brani più famosi di fine anni Ottanta del buon Alice Cooper, senza accorgertene e senza che nessuno ti abbia detto nulla? Mistero.
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