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How To Destroy Angels - WELCOME OBLIVION - la recensione

Recensione del 04 mar 2013 a cura di Pop Topoi

La recensione

Nell'introduzione di Welcome oblivion, viene ripetuto ossessivamente "is anybody listening?". Quelle voci, filtrate e distorte, sembrano quasi tracciare un collegamento con un'altra disperata richiesta d'attenzione: "Where is everybody?", da "The fragile" dei Nine Inch Nails. Pochi artisti sono stati tanto affascinati dalle possibilità (e i limiti) della comunicazione nell'era digitale quanto Trent Reznor. Nella ricerca sonora, ma soprattutto nel marketing e nell'interazione coi fan, il leader dei NIN è stato uno dei primi ad abbracciare il cambiamento. E nessuno era più adatto di lui per mettere in musica la trasposizione cinematografica di questa rivoluzione (The social network) e interpretarne la freddezza e l'epicità.
Col compositore Atticus Ross (già presente nella colonna sonora sopraccitata), la cantante e compagna Mariqueen Maandig e il designer Rob Sheridan, Reznor continua a esplorare gli stessi temi, portandoli all'estremo in un futuro post-apocalittico. Il video di "Ice age", uscito a fine 2012, è forse l'introduzione ideale al lavoro: la band è chiusa in una baracca mentre all'esterno succede qualcosa di inspiegabile e inquietante; le corde del banjo più freddo mai sentito ripetono le stesse note all'infinito mentre sotto i suoni elettronici si fanno sempre più invasivi; si vedono immagini di filmati teneri e rassicuranti ma in cui le figure umane sono oscurate, e infine la band stessa diventa quasi un ologramma, arrendendosi all'era glaciale-digitale del titolo.




I titoli delle altre tracce sono altrettanto fedeli ai contenuti distopici dell'album: l'evoluzione, nel mondo degli How To Destroy Angels, non ha portato nulla di buono. Nell'intero Welcome oblivion, quando gli uomini hanno la meglio sulle macchine, portano solo le paranoie e i messaggi frammentari dei sopravvissuti. Nel duetto/dialogo tra Trent e Mariqueen di "Too late, all gonne", le due voci si uniscono per affermare che "più cambiamo, più tutto resta uguale", mentre in "Keep it together", quando la cantante sospira di sentirsi scomparire, il compagno non arriva in suo soccorso per salvarla, ma per esternare la stessa sensazione. Nel frattempo, i beat, davvero molto simili a quelli delle colonne sonore fincheriane, rimbalzano sullo sfondo per tutto l'album senza mai esplodere, intervallati solo da interferenze e glitch. Ma quando la formula, per quanto riuscita, inizia a stancare, arriva una sorpresa: "How long?", il singolo portante e il pezzo più pop dell'opera – come se la sperimentazione più ardita che la band si sia concessa è quella di fare un brano sotto i 4 minuti con strofe e ritornelli. È un'eccezione necessaria che fa prendere il respiro a metà percorso, ma viene da chiedersi cosa potrebbe uscire fuori se Reznor avesse il coraggio della leggerezza, se osasse dipingere gli stessi scenari apocalittici in chiave pop. O forse "How long?" è un compromesso commerciale perché – è bene ricordarlo – dopo anni di indipendenza militante, il musicista è tornato a una major. Il futuro fa strani scherzi.
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