«SANTA PACE - Matteo Toni» la recensione di Rockol

Matteo Toni - SANTA PACE - la recensione

Recensione del 25 gen 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Me ne sono reso conto preparando la copertina di The Observer della settimana scorsa, ascoltando “Santa pace” in… santa pace. Matteo Toni è un cantautore, eppure suona come una band. Il disco, dieci pezzi, mette ripetutamente sul piatto le varie facce musicali di Matteo: il blues su tutti, ma anche il reggae e il pop. Regolare. Quello che stupisce invece è che la varietà melodica, il songwriting e gli arrangiamenti, sembrano tutti il frutto dell’incontro di più menti; la sintesi del canonicissimo confronto in studio tra diversi membri di un gruppo, tutti saldamente riparati dietro ai propri strumenti di cui si cerca di essere il migliore dei portavoce. Matteo invece è uno, com’è una la sua slide costruita a mano. Si fa produrre da Antonio “Cooper” Cupertino e mette Giulio Martinelli alla batteria, perché se è vero che chi fa da sé fa pre tre, è altrettanto vero che a volte se si è in due si vale per sei, e in tre per nove. Eccola qui la band, e pure bella grossa.

Dieci pezzi si diceva, dieci canzoni che gradualmente definiscono l’identikit del cantautore di nuova generazione, slegato cioè dai limiti del genere e dalle costrizioni della forma ballata, e di rimando dalla cosiddetta canzone d’amore all’italiana. Che tanto per essere chiari comunque c’è, “Il canto di Valentina”, ma non è quella che ti aspetti. Qui siamo dalle parti dell’ode generazionale all’amata, vista da lontano, fotografata da una voce fuori campo che non abbandona mai il soggetto raccontandolo nel bene e nel male, nella quotidianità delle gioie e degli inevitabili dolori. Il soggetto non è la bellezza, o l’amore stesso per l’amata, quanto la vita (preziosa e fragile) di Valentina. E l’amore per essa. Un gran bel pezzo accompagnato solamente da un contrappunto di chitarre impastate una sull’altra, e da un accenno di banjo, di batteria e fisarmonica nel finale. Poi c’è il resto, c’è il blues secco di “Bruce Lee vs. Kareem Abdul Jabbar” e quello dark della supplicante “Isola nera”.



C’è il reggae compassato della titletrack “Santa pace” (“La gente ha smesso di indicarmi le solite scorciatoie / perché infine a me non interessa un granché arrivare / ma godere in santa pace, fino a dove il cielo si abbandona all’arancione”) e il pop radiofonico del racconto “I provinciali di nuoto”, l’altra grande canzone d’amore del disco. La spigliata “Alle quattro del pomeriggio” cede la parola alla dolcezza delicata di “Alle quattro del mattino” e a quella psichedelica di “fidati”, prima di tornare al blues grezzo e disilluso di “Melodià”, un pezzo che di melodico ha davvero ben poco. L’essenzialità struggente e iper malinconica di “Acqua del fiume”, un pezzo che tradisce una certa americanità fondamentale, prepara poi al gran finale de “Il canto di Valentina” di cui sopra.

Con “Santa pace” Matteo Toni dimostra di possedere la rara abilità di saper rendere profonde idee sulla carta molto semplici senza però intaccarne lo spirito. Immagini che distrattamente si potrebbero lasciar scappare via, ma che fissate in questa maniera, alla sua maniera, calamitano l’attenzione: ti avvicini, guardi attentamente queste istantanee, e ogni volta scopri che sullo sfondo c’è qualcosa di più.
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