«TRUE NORTH - Bad Religion» la recensione di Rockol

Bad Religion - TRUE NORTH - la recensione

Recensione del 21 gen 2013 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Perdonatemi, ma ascoltando questo “True north” non posso fare a meno di pensare per un attimo agli allievi del professor Greg Graffin (voce storica dei Bad Religion). Ho idea che sia un docente di quelli che non ti rendono facile la vita, perché è uno dei “punk con cervello” della scena old school statunitense – con tutto il corredo di libero pensiero, arroganza, attitudine e vivida intelligenza – oltre che essere plurilaureato, con specializzazioni in antropologia e geologia… ed è plausibile che uno come lui non si accontenti di sentire la lezioncina ripetuta a pappagallo. Per alcuni sarà anche difficile conciliare le due figure che Graffin rappresenta: da una parte l’accademico, dall’altra il cantante e fondatore di una delle band seminali del punk rock/hardcore melodico made in California… e me lo vedo qualche diciannovenne incavolato, con i Doc Marten’s ai piedi e una maglietta degli Offspring, che lo riempie di maledizioni, perché – insomma! – tra punk certe cose si devono lasciar correre e poteva fargli passare l’esame anche se ha cannato metà dei quesiti.
Il dualismo, come concetto macroscopico, sembra essere presente anche nel nuovo disco – il sedicesimo dal 1982 – del gruppo di Graffin: i Bad Religion del 2013 da una parte sono storia del punk (forti anche di una formazione di pesi massimi… con Mr Brett, Greg Hetson e Brian Baker su tutti, vere icone della scena statunitense), dall’altra sembrano troppo maturi per suonare il punk. A dire il vero i Bad Religion sono sempre stati una punk band matura, a partire dai testi e dagli arrangiamenti, ma ora che sono tutti cinquantenni o giù di lì, quella che prima era una piacevole distonia diventa un bagaglio piuttosto ingombrante. Per maneggiarlo senza conseguenze i nostri sei hanno rispolverato una rabbia e una concisione che negli ultimi due lustri si erano appannate visibilmente: ed è così che i Bad Religion ci consegnano un disco di 16 brani che si dipanano in poco più di 30 minuti, urgenti, energici, esuberanti… con testi degni di un saggio di Noam Chomsky (chi, tra i vecchietti, ricorda lo split 7” che vedeva da un lato la band e dall’altro un discorso del blasonato politologo statunitense?). Non hanno la furia belluina degli Off! di Keith Morris (imparentato coi Bad Religion per via di Greg Hetson, che con lui era nei Circle Jerks), altri terribili cinquantenni californiani, ma riescono a rievocare con una buona approssimazione i fasti della trilogia “Suffer”/”No control”/”Against the grain”, ossia i loro album più significativi e rappresentativi usciti tra il 1988 e il 1990.



Ripeto a scanso di equivoci: per quanto uomo di scienza sia Greg Graffin, la macchina del tempo non è ancora nel suo curriculum professionale, per cui “True north” non aggiunge nulla a quanto già scritto dalla band nei libri di storia… è, semmai, una godibilissima sorpresa che contribuisce – soprattutto nelle menti e nei cuori di noi ormai un po’ troppo vecchi per farci la cresta – a mantenere viva l’immagine di una band tanto seminale. Anzi, è un sollievo vedere ritornare un po’ di sana rabbia: segno che gli anni Novanta, con la loro iniezione intossicante di punk mainstream del post-Green Day, forse hanno esaurito i loro effetti.
Nonostante due o tre passi falsi (“Hello cruel world”, “Dharma and the bomb”, “The island”, se vogliamo proprio fare i nomi), dunque la sedicesima fatica in studio di questi veterani è un lavoro valido e chissà che non convinca anche chi li aveva mollati a riavvicinarsi alla band: i motivi ci sono e non sono nemmeno pochissimi. Fate il vostro gioco…
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