«INNO - Gianna Nannini» la recensione di Rockol

Gianna Nannini - INNO - la recensione

Recensione del 14 gen 2013 a cura di Paola De Simone

La recensione

Ci sono due costanti negli ultimi dischi di Gianna Nannini: la voce - sempre meno graffiante - della cantante senese che si accompagna a un’interpretazione partecipata – seppur con poche sfumature - e l’intento rock, che si esprime musicalmente molto meglio che a livello di contenuti e di scelta lessicale. E questo nuovo disco, il diciottesimo della sua discografia, non smentisce questo leit motiv, che lo pone come ennesima replica di una formula ormai rodata. Tanto per dire che “Inno” non sorprende e, come i più recenti lavori della Nannini, si può comodamente collocare in una fascia medio alta di produzione (condivisa con l’ormai suo alter ego Wil Malone), mentre risulta decisamente meno convincente in termini di creatività compositiva. E’ come se Gianna Nannini avesse ormai trovato la formula che le garantisce un ritorno in termini di successo abbastanza prevedibile e per questo ci propone una dignitosa riproduzione del già sentito. Insomma sono lontani i tempi di “Latin lover”, di “Occhi aperti” e di “America”, in cui il rock e la trasgressione trasudavano da ogni verso, proponendoci tematiche di ampia riflessione, non solo sentimentali, ma anche socio-culturali. Ora, invece, a ogni prova la Nannini ci appare sempre più in pace con il mondo e molto meno tormentata, seppur in alcune canzoni tenti – a fatica - di farci credere il contrario (“Dimmelo chi sei”, “Sex drugs and beneficenza”). E sì che ora è una mamma felice e allora – evviva la coerenza – questo benessere si tramuta in un inno alla vita, sempre meno rock e incompreso, sempre più pop e rassicurante.

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Eppure a questo dato di fatto la grintosa Nannini – che è certamente più interessante delle sue canzoni - non sembra arrendersi. Così, musicalmente si percepisce un discreto sforzo per rendere ancora credibile il titolo di rocker, non solo portando qua e là in primo piano le chitarre elettriche – seppur addolcite dagli archi che sono una costante della produzione di Malone - ma anche ricercando collaborazioni di un certo calibro, come quella con Christian Eigner e Peter Gordeno della crew dei Depeche Mode. Nonostante questo, però, ci pensano le melodie e i testi a confermare la Nannini in un ambito decisamente popolare. In fondo la cantante senese non cerca la collaborazione di Francesco Bianconi (Baustelle) o di Pierpaolo Capovilla (Il Teatro degli Orrori), bensì di Pacifico e di Tiziano Ferro, due fuoriclasse del pop italiano. E tutto questo ci sa, ancora una volta, di occasione persa. Ma forse siamo noi a vivere di passato e nostalgia e dovremmo far pace con questa nuova anima di Gianna Nannini, che – spacciandosi per rocker grazie a qualche distorsione di troppo e qualche salto in più sulle travi di un palco – ci parla in un gergo decisamente più borghese, fatto di “si tira a campare” (“Danny”) e di “qui lo dico e qui lo nego” (“Lascia stare”). Qualcosa però si salva e i punti più alti del disco li incontriamo in “Tornerai”, ballata scritta da Isabella Santacroce, dedicata al padre della cantante e più in generale al tema del ritorno e ispirata da alcuni versi di Elsa Morante, cui è dedicato l’intero album; e in “Sex drugs and beneficenza”, una sorta di apparente divertissement che chiude il disco parlando di ricatti sociali, suggeriti dall’incontro con il filosofo tedesco Ivan Illich, conosciuto dalla Nannini a San Rossore durante il G8. E poi restano due ballate: “Indimenticabile” e “Ninna nein”, quest’ultima dedicata alla figlia Penelope e avvolta dagli archi della London Studio Orchestra. Il resto è alla portata di tutti. In fondo la cantante lo ha detto con chiarezza: “Inno è un’ode alla rinascita”, e niente più della rinascita è segno che una precedente vita è venuta a mancare.
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