¡TRÉ!

Reprise (CD)

Voto Rockol: 3.0 / 5
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di Marco Jeannin

Come si chiude una trilogia? Con un finale se non in crescendo, quantomeno degno delle premesse (e delle promesse). Da manuale: nel primo atto imposti i personaggi e dai l’avvio alla storia, nel secondo sviluppi la trama e infine nel terzo ti dedichi alla conclusione. I Green Day hanno costruito la loro trilogia “¡Uno!”, “¡Dos!” e “¡Tré!” attenendosi rigorosamente allo schema canonico appena esposto, parola di Billie Joe. “¡Uno!”: power pop al galoppo, la carica che monta, il ritorno roccheggiante alle origini dei Green Day, quelli di “Dookie” per capirci; “l’euforia dell’andare alla festa”. “¡Dos!”: il punk, i Bad Religion, le composizioni più asciutte e veloci; “la baraonda della festa in pieno svolgimento”. E oggi “¡Tré!”: il finalone.

Il clima si fa più disteso e le tempistiche si dilatano leggermente rispetto ai primi due capitoli. “Brutal love”, che in apertura cita apertamente “Bring it on home to me” di Sam Cooke, è il segnale universalmente riconosciuto di fine festa: ormai si è già dato il meglio e non resta che iniziare a sgomberare la baracca. Billie Joe, Mike e Tré (Cool) impugnano allora la ramazza e, una stanza dopo l’altra, raccolgono i cocci lasciati in giro per tutta casa. Chiudiamola però in bellezza questa festa, perché sia un evento da ricordare. Si spera. Perché il problema sapete qual è? Che quando uno decide di divertirsi programmandolo in anticipo, di solito non si diverte. Ti deve venire spontaneo, come ti deve venire spontaneo uscirtene con una ballatona tritabudella per provare a tirare le somme al momento giusto con malinconica sincerità (o sincera malinconia). Se ci pensi prima, non è mica la stessa cosa.

“¡Tré!” è un finale brioso ma fin troppo programmato, dodici pezzi chiamati a tirare le fila di tutto l’ambaradan; quello che nelle intenzioni doveva essere il lavoro più adulto e imponente della terna: stadium rock in tutta la sua epica gloria. Eccole qui le promesse. Attacchi allora citando Sam Cooke, che ci sta sempre bene, acceleri un po’ con “Missing you” e “8th Avenue serenade”, che sono sì pezzi svelti e compatti, ma del finale epico hanno ben poco. Di buono c’è che ricordano nuovamente i Green Day di una volta, quelli cioè meno presi dalla fregola della rock opera e più dediti al punk tradizionale; quelli per intenderci già apprezzati in “¡Uno!” e “¡Dos!”. “Drama queen” va di voce, chitarra e poco altro, addossandosi un chorus beatlesiano dalla presa invidiabile per non dire sorprendente. “X-Kid”? “Sex, Drugs & Violence”? Bene anche questi, specialmente il secondo, impreziosito dalla gradevole comparsata di Dirnt alla voce. Di “epica” però nisba. Un po’ di monotonia invece...



... fa capolino in “Little boy named train”, “Amanda” e “Walk away”: buoni i ritornelli (e l’assolo sul finale di “Amanda”) ma l’aria, dopo più di trenta pezzi tutti strettamente imparentati, comincia seriamente a farsi stantia. Tracce della famosa epica tanto agognata poi ri-nisba. Una rinfrescata in questo senso la porta “Dirty rotten bastards”, sberlone Irish della durata di sei minuti e mezzo, tinto di verde a ritmo di marcia. Bello il cambio a un terzo, ottimo il reprise finale; un barlume del punk rock da stadio che nelle intenzioni avrebbe dovuto permeare l’intero album, ma che nei fatti ha trovato troppo poco spazio. In pratica solo qui e nella penultima “99 Revolutions”, tirata in crescendo con chiamata all’imprescindibile handclapping. Questa, per esempio, la vedo bene in un’arena gremita a scuotere le platee a fine concerto. La vedo eccome. Poi però basta. Anzi, poi disastro. Perché a chiudere non solo il disco, ma l’intero progetto “¡Uno!”, “¡Dos!” e “¡Tré!”, ci pensa “The forgotten”. La “The forgotten” con il pianoforte, gli archi e il bel canto che potete ascoltare qui sopra. La “The forgotten” già presente nella colonna sonora di “The Twilight Saga: Breaking Dawn - Part 2”, che in quanto a “finali epici”… La “The forgotten” che vorrebbe mandare tutti a casa sulla scia di un non ben precisato amarcord: “Commuoviti, che la festa è finita. Ci sono pure gli archi, cosa vuoi di più?”.

Di più avremmo voluto un finale se non in crescendo, quantomeno degno delle premesse. “¡Tré!” invece è un disco che, per quanto sufficiente e a tratti innegabilmente piacevole, una volta levato dal contesto non sembra in grado di reggere il peso della responsabilità che gli si voleva affidare. E’ un non-finale. Forse perché - come si suol dire - non c’è “¡Dos!” senza “¡Tré!”, e…? E il “¡Quatro!” vien da sé. Già, “¡Quatro!”: un dvd in uscita a gennaio, contenente un documentario riguardante il making of della trilogia e con in copertina il bel faccione di Jason White. Perché forse non lo sapevate, ma da qualche mese i Green Day sono ufficialmente in quattro. E la festa pare non essere ancora finita.