«TAKE ME HOME - One Direction» la recensione di Rockol

One Direction - TAKE ME HOME - la recensione

Recensione del 07 nov 2012 a cura di Pop Topoi

La recensione

La ciclicità della storia, quando si parla di musica pop, è ancora più marcata: ogni generazione di adolescenti ha idoli che verranno presi in giro da una generazione di adulti. Poi gli adolescenti invecchiano e gli idoli, con maturità e nostalgia in egual misura, vengono rivalutati e riclassificati: a volte si trova per loro un posto nella storia della musica e si scopre cosa raccontavano del loro (e nostro) tempo. Ma verranno percepiti sempre e comunque migliori rispetto a quelli che fanno urlare le ragazzine oggi. Per ogni "ma come fanno ad ascoltare 'sta roba?" c'è un potenziale Justin Timberlake o un Robbie Williams o addirittura un Michael Jackson.
E che diamine, siamo riusciti a rivalutare pure le Spice Girls.
Gli idoli del momento sono gli One Direction e, come tutti gli idoli del momento che si rispettino, hanno battuto ogni record. Giudicare il loro nuovo album (il secondo) quando si hanno un po' di anni di differenza rispetto al target originale è un privilegio da usare con cautela: puoi smascherare tutti i trucchetti del caso strofinandoti la barba compiaciuto, ma poi ti accorgi che solo il fatto di avere la barba ti rende inadeguato all'ascolto; puoi liquidarlo col cinismo di chi conosce già il copione, ma in realtà non ne sai niente. E arrivano le sorprese.
La sorpresa più grande è che "Take me home" suona datato. Se il più grande successo finora degli 1D ("What makes you beautiful") citava spudoratamente "Grease" (1978), il nuovo singolo di apertura ruba il riff a "Should I stay or should I go" (1982) e la settima traccia riprende "We will rock you" (1977).



Il sospetto è che non sia revival, ma mancanza di idee: non c'è mai una soluzione inaspettata negli arrangiamenti o nelle melodie, e il risultato è il pop/rock tiepidino già collaudato nel primo album. E se i suoni non escono mai da territori più che conosciuti, il linguaggio aggiunge un'altra patina di beige all'opera. Per 42 minuti si aspetta un particolare, una parola, una rima che colleghi quest'album al suo anno di pubblicazione, qualcosa che possa strizzare l'occhio una persona sotto i vent'anni oggi – magari facendo sentire un adulto impreparato. Invece "Take me home" sembra collocato in una bolla spazio-temporale in cui non esistono intrattenimento, moda o tecnologia – l'esatto opposto di quell'altro idolo ossessionato dallo swag e cresciuto a collaborazioni "credibili" coi rapper.
"Non vogliamo che la nostra musica sembri scritta per noi da un quarantenne in un ufficio", diceva un 1D in un'intervista. Peccato che l'impressione sia proprio quella, e che inoltre quel quarantenne usi ancora il calamaio e non si curi troppo di alcuni corto circuiti rivelatori ("lo so che ci siamo appena incontrati, ma facciamo finta che sia amore" è un verso con un po' troppo senno del poi per una cotta adolescenziale).
Non è un caso se le due canzoni più convincenti ("Little things" e "Over again") arrivano dal loro coetaneo Ed Sheeran – del resto, a voler credere alla leggenda, sono testi scartati dal cantautore e non "sono due strofe e mezzo, che faccio, lascio?". La prima rispolvera l'antico topos della ragazza da consolare perché non si piace (ogni generazione ha bisogno della sua "Brutta" di Alessandro Canino!); la seconda è una dichiarazione d'amore in cui "solo" fa rima con "Polo" (il buco nel cuore con la menta intorno). Nel contesto di un album che conta quattordici produttori, i brani acustici firmati da Sheeran suonano più freschi e sinceri di qualsiasi pezzo ballabile confezionato su misura in Svezia.
E forse è questa la direzione che dovrebbe prendere un gruppo che tanto non balla. Le boy band coreografate degli anni '90 non hanno più posto nel mercato post-Cowell, in cui il playback è un'onta e il pubblico viene allenato a giudicare la più piccola imperfezione vocale. Se gli One Direction hanno la possibilità di diventare un gruppo maturo e duraturo, lasciateglielo fare da seduti.
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