«SOLO PIANO II - Chilly Gonzales» la recensione di Rockol

Chilly Gonzales - SOLO PIANO II - la recensione

Recensione del 10 ott 2012 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

“Shut up and play the piano!”
Otto anni fa, nel 2004, Chilly Gonzales pubblicava “Solo Piano”, un disco che aveva rappresentato un punto di svolta per la sua carriera: il clamore creato nelle notti berlinesi con gli altri componenti della Canadian Crew (Peaches, Feist e Jamie Lidell, per citarne alcuni) si era un po’ spento, e, per quanto i legami rimanessero ben saldi, ognuno aveva intrapreso una propria strada.
Per Gonzo fu il momento di lasciare la Germania, dove aveva trovato una seconda casa dopo aver lasciato il Canada, e spostarsi a Parigi per riscoprire le proprie origini, la musica classica e, in particolare, il pianoforte.
Dopo quell’album la sua carriera è cambiata, parallelamente alle sue pubblicazioni, in cui continuava a mescolare con estro l’hip hop con mille altre sonorità, Chilly ha collaborato con Jane Birkin, ha prodotto gli ultimi due album di Feist (per cui è stato nominato ai Grammy), ha scritto, diretto e recitato in una divertente web series intitolata “The superproducer”, ha scritto con Adam Traynor il film “Ivory tower” in cui ha recitato con Peaches e Tiesto, e si vanta ancora oggi di aver scritto una canzone, “Never stop”, scelta da Steve Jobs per una campagna pubblicitaria dell’iPad.
Otto anni pieni di lavoro e creatività culminati con un album di hip hop sinfonico, “The unspeakable Chilly Gonzales”, scritto a quattro mani con suo fratello: un disco che si chiude con una canzone che potremmo definire “profetica” intitolata “Shut up and play the piano”. Qui, per la prima volta nella sua carriera, Chilly si presenta con il suo vero nome, Jason Beck, per far capire come sia intimo il suo rapporto con questo strumento, e recita queste parole: “Solo Piano’s musical cocaine/ I tell myself make another, don’t be so vein”.




Ed è così che Gonzales, ad un anno da quel disco, è tornato ad essere Jason Beck per proporci quattordici composizioni raccolte in “Solo piano II”: se nel primo la musica composta era più vicina al mondo della classica, per questo secondo capitolo Jason ha voluto scavare maggiormente nella sua anima melodica, andando alle radici della sua vena creativa. E’ così che ascoltando questo disco ci sembra di ascoltare le formi embrionali di canzoni lasciate nella loro forma più sincera, semplice e cristallina, lasciando spazio al piano, alle sue mani e alla sua interpretazione il ruolo di renderle uniche.
“Solo piano II” ci porta a ritroso tra riferimenti più o meno noti nella musica di Gonzales, l’amore per Celine e le composizioni in minore, la malinconia francese, ma anche il blues: l’ego strabordante, la faccia da schiaffi e lo showman consumato sembrano invece scomparire di fronte alla purezza di queste composizioni, ma, in realtà spuntano qui e là quando l’artista vuole variare l’intensità del brano: è in qui momenti che le mani iniziano a cercare le note più dissonanti, il fisico possente imprime il suo peso allo strumento di cui riusciamo a percepire ogni scricchiolio e riusciamo quasi ad immaginarci Chilly in vestaglia di seta e pantofole intento a realizzare la migliore registrazione possibile.
Questo disco conferma così il talento multiforme di un artista che, negli anni ’90 proclamava di voler diventare più famoso di Robbie Williams e, non riuscendoci, ha deciso semplicemente di essere migliore.
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