«MONSTER - Kiss» la recensione di Rockol

Kiss - MONSTER - la recensione

Recensione del 08 ott 2012 a cura di Andrea Valentini

La recensione

I Kiss stanno per scavallare la fatidica soglia dei 40 anni di vita. Come accade per le persone, la domanda che i fan (e, molto probabilmente, anche loro stessi) si fanno è: i Kiss saranno degli splendidi quarantenni di morettiana memoria, oppure uno dei tanti gruppi protogeriatrici con mutanda in pelle rinforzata a corredo?
Con il ventesimo disco in studio, “Monster” appunto, la premiata ditta Simmons/Stanley è impegnatissima a dimostrare la propria forma e inevitabilmente sente la pressione del passar del tempo; certo, dalla loro parte i truccatissimi newyorkesi hanno un brand che ormai è storico e riconoscibile in un batter d’occhio. Ma è la musica che deve parlare, principalmente… e da questo punto di vista i Kiss stessi sembrano nutrire qualche dubbio nel momento in cui – anziché la consueta dichiarazione su come l’ultimo sia il loro migliore album di sempre – in fase di promozione sbandierano che “Monster” è uno dei loro tre migliori dischi. Insomma, non ci credono nemmeno loro di aver sfornato IL capolavoro: ed è una meritevole, sebbene sottile, dimostrazione di realismo. Perché “Monster” non è di certo uno degli album per cui il gruppo sarà ricordato o farà breccia in nuove legioni di fan: per quello c’è la produzione della golden age, che basta, avanza e accontenta tutti abbondantemente.



Detto questo – che è praticamente ovvio se si pensa, appunto, al fatto che i Kiss suonano dal 1973 – al nostro cospetto abbiamo un disco dignitoso, sicuramente migliore del suo predecessore un po’ troppo raffazzonato; in “Monster” si trovano molti più echi di “Revenge” (produzione primissimi anni Novanta, quindi) che non dei Kiss del tempo che fu, ma non è necessariamente un male. Diciamo che, spegnendo il cervello per un istante e lasciandosi trasportare solo dalle sensazioni di pelle, questi Kiss sono più vicini al glam metal, allo street metal e alle hair band che non party rock’n’roll dei Seventies: il primo brano, ad esempio, sembra un’ipotetica (e bella, peraltro) outtake da “Dr Feelgood” dei Motley Crue. Il risultato, dunque, è innegabilmente apprezzabile.
I cliché di genere, e dei Kiss, soprattutto, ci sono tutti (ma proprio tutti), per cui nessuno potrà dirsi deluso o amareggiato: i ritornelli da cantare, i riff che alla seconda nota già si sa come andranno a chiudersi, la voglia di fare casino a colpi di rock festaiolo… solo che tutto ciò ha un’impronta sonora più vicina ai Guns n’Roses, agli Aerosmith anni Novanta e ai già citati Crue.
Unico brano che in qualche maniera sembra differenziarsi da questa cifra stilistica è “Back to the stoneage”, che ricorda molto più da vicino gli MC5, band in pratica contemporanea ai primi vagiti musicali dei Kiss d’annata, con un riff portante prelevato di peso da “Kick out the jams”: ed è una piacevole sorpresa, devo dire.



In definitiva, un disco piacevole, che se non altro preserva, senza rovinarla, la nomea di una band iconica; niente di trascendentale, ma in questi casi si deve premiare anche la volontà di mettersi ancora in gioco a 60 anni suonati giocando nell’arena dello shock rock.
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