«MIRAGE ROCK - Band of Horses» la recensione di Rockol

Band of Horses - MIRAGE ROCK - la recensione

Recensione del 21 set 2012 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

I Band Of Horses sono il Mike Bongiorno del nuovo rock. Che c’entra il presentatore con la band di Ben Bridwell? Niente, o quasi, se non che consciamente o inconsciamente hanno gli stessi pregi e difetti.
Decenni fa Umberto Eco scrisse uno dei saggi più citati (e meno letti) della cultura italiana: la “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, pubblicata nel "Diario minimo" (1963). La TV veniva guardata con sospetto dagli intellettuali, allora e già solo occuparsene in quel modo era una cosa nuova, quasi rivoluzionaria - lo stesso Mike se ne vantò in diverse occasioni, probabilmente senza averlo letto. La tesi di Eco era che il successo di Mike era dato dalla sua “medietà” per non dire “mediocrità”. Era l’everyman, felice di esserlo, orgoglioso di essere ignorante e di parlare un italiano “basic”.  
Ecco, i Band Of Horses sono una splendida “everyband” che parla il linguaggio base del rock - e funziona proprio per questi motivi. Non hanno (non avranno mai) un successo paragonabile a quello di Mike ma negli ultimi anni hanno raggiunto un livello di credibilità e popolarità crescente - in Italia suoneranno all’Alcatraz di Milano, luogo riservato a band... beh, sapete quali.
Eppure non sperimentano come i Wilco, non hanno la scrittura e la voce dei Counting Crows, non hanno l’immagine e la creatività di Jack White, non hanno l'urgenza e la carica dei Gaslight Anthem, non hanno (inserite qui la vostra rock band preferita e la sua caratteristica distintiva).
Però Band Of Horses hanno di tutto un po’, e di buon livello. Assomigliano a 10.000 cose senza assomigliare smaccatamente a nulla. Non sono certo mediocri - non nel senso peggiorativo - ma sono sicuramente “medi” - una caratteristica di molto rock contemporaneo, che i BoH esemplificano perfettamente.
“Mirage rock” ne è la conferma: secondo disco per la Columbia, atteso e chiacchierato dopo l’ottimo “Infinite arms”. Diciamolo subito: non è al livello del predecessore: manca sicuramente una canzone capolavoro come “Laredo”, bellissima summa (anche quella) di un suono che stava a metà tra Neil Young e i R.E.M.

Però è un gran bel disco: suoni perfetti - c’è lo zampino di Glyn Johns, che è un maestro del genere - che spaziano dal country rock (“Everything’s gonna be undone”, “Long vows”), al rock tirato (“Knock knock”, “Feud”), a ballate folk (“Slow cruel hands of time”). Quando provano qualche strada nuova - come “How to live”, con i suoi cambi di tempo - poi la lasciano lì, senza percorrerla fino in fondo. Insomma, “Mirage rock” è un disco che funziona meglio quando rimane nella mezzeria del rock, quando diventa “un tour guidato nel suono americano”, come ha scritto qualcuno.



Un tour con delle ottime guide, che ogni tanto avrebbero bisogno di un po’ di personalità in più. Ma in fin dei conti la loro personalità è proprio come quella di Mike Bongiorno: il non averne una ben definita. E va bene così, finché faranno dischi come questo.
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