«ELECTION SPECIAL - Ry Cooder» la recensione di Rockol

Ry Cooder - ELECTION SPECIAL - la recensione

Recensione del 03 set 2012

La recensione

Il cane di Mitt Romney, legato al portabagagli dell'auto, ulula disperato all'indirizzo del suo padrone (l'episodio, vero, è attualmente uno dei tormentoni preferiti di David Letterman). I fratelli Koch, finanziatori miliardari della destra americana, fanno un patto con il diavolo a un crocicchio di Wichita. Barack Obama cammina nervosamente di notte per la Casa Bianca, faccia a faccia con i suoi crucci e i suoi dilemmi. Un sostenitore disoccupato del Partito Repubblicano si pente di essersi bevuto un sacco di frottole, un altro va a Tampa in cerca di una scopata facile.
Sembra di leggere un settimanale satirico, una collezione di vignette politiche, una striscia alla Jules Feiffer. Invece è un disco, uno "speciale Elezioni" che Ry Cooder ha voluto far uscire proprio alla vigilia della convention repubblicana in Florida. Un piccolo ordigno a orologeria, un indignato pamphlet, e un grido di allarme: Cooder è convinto che se il Gop, il partito dell'elefantino, conquisterà Casa Bianca e Campidoglio, per la democrazia americana sarà la fine. Ed è mosso da una estrema urgenza: così si spiegano queste canzoni da one man band (il figlio Joachim si occupa di batteria e percussioni, il resto lo fa quasi tutto lui), registrate live all'insegna del "buona la prima" con pochissime sovraincisioni, la voce nera di Arnold McCuller a doppiare il suo ringhio rauco e desolato in "Take your hands off it", dove Cooder intima ai nemici di metter giù le mani dalla Costituzione (anche questa suona familiare, eh?). Nulla di meticoloso, documentato e meditato come lo strepitoso "Chavez Ravine" (2004), a mio avviso la migliore opera del Cooder "cantautorale" degli anni Duemila, i tempi sembrano richiedere storie più dirette e contemporanee.
E la trasformazione è compiuta: lo schivo e riservatissimo Ryland che nei Sessanta/Settanta faceva il session man, l'archeomusicologo e il topo da biblioteca è diventato un polemista alla Gore Vidal, un sessantacinquenne arrabbiato che brandisce la chitarra come un'arma. E' stata una maturazione lenta ma inesorabile, per lui che ha esplorato Grandi Depressioni antiche ("Into the purple valley", "Boomer story") e moderne (il "Pull up some dust and sit down dell'anno scorso), coltivato il culto di Woody Guthrie quando in molti l'avevano dimenticato, sfidato l'embargo a Cuba con l'operazione di contrabbando del Buena Vista Social Club. Oggi sfodera una ruvidezza e un sarcasmo che lo fanno giustamente paragonare a Tom Waits e a Randy Newman. Ma un po' anche a Bob Dylan , per le esplorazioni insistenti dell'universo blues: un blues autentico e parodistico al tempo stesso, in quello strascicato shuffle che apre il disco sbuffando e brontolando per prendersi ferocemente gioco del candidato repubblicano alla presidenza (come diceva quel tale: puoi capire molto di un uomo da come tratta il suo cane), o in quella "Cold cold feeling" in cui Cooder si mette nei panni del presidente Obama affibbiandogli una voce da shouter del Mississippi, un'inflessione storta e ubriaca da emarginato del ghetto di Chicago.
Lo humour è il sale della vita, e "Going to Tampa" tratteggia un quadretto sardonico della convention e dei suoi partecipanti al ritmo baldanzoso di un western swing, ma altrove l'umore si fa più serio, e più nero: sono bellissimi il blues cavernoso e postmoderno di "Kool-aid" (ritratto di un disilluso, pronto a usare il fucile contro "neri, marroni, gialli e abbronzati", per trovarsi senza lavoro e con un pugno di mosche in mano) e il country folk di "Brother is gone" (l'incontro dei Koch con il diavolo), intenso e raffinato quadretto per voce e mandolino. "The Wall Street part of town" e "The 90 and the 9" (la più guthriana di tutte) riprendono le istanze del movimento Occupy, mentre il rock robusto e incespicante di "Guantanamo" (riecco l'inconfondibile slide) e "Take your hands off it" si colloca vicino a certe cose di Warren Zevon e di John Hiatt (sodale ai tempi di "Bring the family" e dei Little Village). Cooder è sempre più classico e sempre più contemporaneo, i suoi eroi vivono nel passato e i suoi incubi sono tutti nel presente. "Election special" gli è venuto fuori di getto, e pazienza se di un album così il ventre molle dell'elettorato americano non si accorgerà neanche. Con la sua chitarra "ammazzafascisti", lui la sua parte l'ha fatta. Il fine giustifica i mezzi, per un disco meditato e di ricerca approfondita ci sarà tempo e modo un'altra volta.




(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

04. Guantanamo
05. Cold cold feeling
07. Kool-aid
08. The 90 and the 9
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