«THE GLORIOUS DEAD - Heavy» la recensione di Rockol

Heavy - THE GLORIOUS DEAD - la recensione

Recensione del 03 set 2012 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Prendete questi ingredienti: suoni retrò, northern soul inglese, immaginario da film serie-B, grandi melodie, campionamenti e basi elettroniche, ottime canzoni, carica e gran tiro. Mescolate per bene, e avrete una(vaga)idea del suono degli Heavy.
Inglesi, si sono fatti notare un paio di anni fa grazie ad uno spettacolare passaggio al David Letterman Show che lasciò basito persino lo scafato conduttore - uno che ha visto passare dalle sue parti tutti, ma proprio tutti i maggiori nomi della musica. “The house that dirt built” era già fuori da qualche tempo (uscì nel 2009), e ora ha finalmente un seguito: “The glorious dead”.
Gli ingredienti non sono cambiati, per fortuna. Sono stati solo miscelati con un po’ più di cura (e di sana paraculaggine) in più. Lo si capisce quasi subito: il disco comincia con un frammento campionato da chissà quale film. Poi suoni che sembrano arrivare da un western. E poi “Can’t play dead” comincia davvero: ritmo incalzante tra elettronica e suoni vintage, voce energetica, grandi cori e grandi melodie. Una di quelle canzoni che ti si appiccano addosso, per di più lasciando una piacevole sensazione, quella di diversità da qualunque cosa sentita in giro.
Perché gli Heavy usano elementi ben noti, magari non saranno iper-innovativi, ma il risultato è fresco, a tratti davvero irresistibile: ancora più evidente nell’ancora più melodica “Curse me good”, chitarrine, fischietti e melodie. Forse persino un po’ troppa melodia, che li avvicina pericolosamente al pop-soul inglese tipo Lighthouse Family. Ma per fortuna gli Heavy hanno una cattiveria, una carica che viene solo attutita in quella canzone, in “Be mine”, in “Blood dirt stop” (una ballatona retrò davvero classica). A fare la differenza sono i pezzi tirati come “What makes a good man?” (singolo degno successore di “How you like me now?”), le citazioni un po' dark alla "Tom Waits 2.0" di "The lonesome road", il surf bastardo e il fuzz di "Just my luck".



Insomma, una bella conferma, con un disco-disco magari non molto diverso dal precedente, ma nel complesso più solido, più completo, con almeno 3-4 canzoni che svettano sopra la media di quello che si sente solitamente in giro.

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