«THAT'S WHY GOD MADE THE RADIO - Beach Boys» la recensione di Rockol

Beach Boys - THAT'S WHY GOD MADE THE RADIO - la recensione

Recensione del 27 ago 2012 a cura di Franco Zanetti

La recensione

No, non sono andato al concerto dei Beach Boys. Pur confessandomi orgogliosamente nostalgico (anni fa sono andato ad ascoltare quel che restava dei Procol Harum!) non sono così masochista da rischiare la delusione profonda di chi si confronta con i resti dei propri idoli. Non che i Beach Boys lo siano mai stati, miei idoli, ma insomma di dischi loro ne ho ascoltati e riascoltati a bizzeffe, e la stima e l’apprezzamento che nutro per la loro carriera sono tali che preferisco rimangano intatte.
Ascoltare il disco, quello sì, posso farlo. E posso riferirvi che non ne sono né entusiasta né particolarmente insoddisfatto. Il mestiere è quello, e non lo si dimentica anche se non lo si è praticato da tempo; le voci e il loro impasto restano deliziosi, anche se costantemente a rischio di autocitazione; semmai quel che manca all’album è un numero decente di canzoni di qualità superiore. Il brano di apertura, a cappella, è una sorta di dichiarazione di intenti; “That’s why God made the radio” vive di rendita su un titolo killer; ma di lì in poi si scende. Il livello medio è comunque alto (e ci mancherebbe) ma l’intento autocelebrativo – connesso al cinquantenario dell’inizio dell’attività della band – fa aggio sulla voglia di raccontare in musica cose nuove e diverse.
Poi, però, arrivano le ultime tre canzoni – “From there to back again”, “Pacific Coast Highway” e “Summer’s gone” - una sorta di minisuite ispiratissima (l’ultimo brano reca anche, curiosamente, un credito autoriale a Jon Bon Jovi) che può legittimamente costituire il migliore epitaffio per la carriera di un gruppo che ha tutte le ragioni per restare nella storia del pop.
Colgo l’occasione, e penso che sia una buona occasione anche per loro, per segnalare qui l’uscita di “FreebOObin’” dei Sunny Boys: nati come tribute band dei Beach Boys, i ragazzi torinesi sono al loro secondo CD di brani originali (hanno pubblicato anche un paio di canzoni in italiano, sinceramente non epocali), e pur allontanandosi, ormai, dal modello di riferimento primigenio (e avvicinandosi a un power-pop-surf-punk molto gradevole) continuano ad avere nel loro DNA le sonorità dei Beach Boys. Ecco, in “FreebOObin’” c’è una canzone – la traccia 9, “Different circles” – che, sinceramente, non avrebbe sfigurato in un disco dei Beach Boys: e non parlo solo di questo ultimo disco. Se vi capita, ascoltatela. Ne converrete.

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