«ARROW - Heartless Bastards» la recensione di Rockol

Heartless Bastards - ARROW - la recensione

Recensione del 26 mar 2012 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Un bisonte, una freccia. La mente, a vedere questa copertina, corre dritta a Neil Young, a quell’immaginario da praterie e indiani (la “Broken arrow”) che la sua musica con i Crazy Horse ha ben raccontato.
Ma questi sono gli Heartless Bastards, arrivano dall’Ohio, anche se da qualche tempo sono di stanza ad Austin, Texas. E sono una delle migliori “nuove” band rock che vi può capitare di incontrare. Mettiamo “nuove” tra virgolette perché “Arrow” è il quarto disco: già in America se ne parla come una realtà consolidata, che aspetta solo di fare il salto, e quella conferma potrebbe arrivare con questo disco.
Lo si capisce fin dalle prime note, che qua c’è qualcosa di speciale: una chitarra appena arpeggiata, su cui entra una voce femminile, potente, particolare: quella di Erika Wennerstrom, chitarrista e autrice. Dopo i 6 minuti lirici di “Marathon”, le cose diventano ancora più chiare in “Parted ways”, un rock dritto, con un bel riff. Ancora meglio è “Got to have rock ‘n’ roll”, su questo versante (andatevi a vedere la spettacolare versione dal vivo al Letterman di qualche settimana fa). Ma la vera sorpresa è “Only for you”, un mid-tempo con uno straordinario duetto tra la chitarra di Mark Nathan e la voce della Wennerstrom.
A questo punto è chiaro il mondo in cui si muovono gli Heartless Bastards: il rock classico, un po’ psichedelico (in questo, sì, sono vicini a Neil Young), con qualche venatura blues e un piglio tutto contemporaneo. Qualcuno li ha paragonati ai conterranei Black Keys, che al tempo avevano passato un loro demo alla Fat Possum, procurando agli Heartless Bastards il primo contratto. “Arrow” ha un suono decisamente più pulito e dritto, sia dei Black Keys che degli album precedenti della stessa band. Ha canzoni meno piacione ma anche più affascinanti. E soprattutto la band ha un tiro davvero incredibile: la cavalcata di “Simple feeling”, il blues di “Low low low”, il finale quasi zeppeliniano di “Down in the canyon”, che parte con un altro riff granitico per aprirsi sul finale.
A fare la differenza, a rendere unico il gruppo la Wennerstrom: una donna che fa rock, questo rock, in questo modo: difficile da trovare in generale, di più negli ultimi tempi. “Arrow” è un gran disco: pur appartenendo ad un genere ben codificato, riesce a suonare unico e diverso, sia dal rock tradizionale e mainstream, sia dall’indie-rock. Consigliatissimo.

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