«THE RUSSIAN WILDS - Howlin Rain» la recensione di Rockol

Howlin Rain - THE RUSSIAN WILDS - la recensione

Recensione del 26 mar 2012 a cura di Andrea Valentini

La recensione

San Francisco - lo può confermare chiunque ci sia stato anche solo per poche ore - è un posto molto particolare, pieno di personalità e diverso da ogni altro luogo al mondo. Ed è indubbio che la musica che nasce e viene "cucinata" nelle cantine di Frisco risente dell'influenza che un simile luogo sprigiona; le band di San Francisco sono piuttosto riconoscibili, hanno un sound che le distingue, così come capita a quelle di New York e di Los Angeles. Ebbene, gli Howlin Rain sprizzano Frisco da tutti i pori, e non una Frisco comune, ma quella gloriosa, controculturale, rock e psichedelica.
Questo terzo lavoro della band parte con atmosfere energiche di hard blueseggiante, con tocchi lievemente sabbathiani e Southern rock ("Self made man", un pezzo che ingrana la marcia e non molla un istante la presa), per poi avvicinarsi progressivamente a sonorità più melodiche, grondanti rock e soul; ci sono gli Stones minacciosi e straripanti soul di "Gimme shelter", c'è la Janis Joplin dolce e disperata coi suoi Big Brother and the Holding Company, ci sono i Jefferson Airplane più groovy e melodici. E poi ancora i Creedence Clearwater Revival più disinvolti e coinvolgenti, echi dei migliori Lynyrd Skynyrd con sfasamenti temporali tendenti ai Black Crowes, Crosby Stills Nash & Young, 10cc, Santana e una spruzzata di desert rock.
Il tutto interpretato in chiave psichedelica e fortemente melodica, con generosissime venature di folk/pop di classe anni Settanta. E - teniamo per ultimo il colpo veramente devastante - in questi brani c'è una grande influenza degli ineguagliati e ineguagliabili Love di Arthur Lee, per il quale è sempre opportuno un minuto di religioso silenzio, a celebrarne la memoria.
Insomma, c'è tanta, tantissima carne al fuoco per un album variegato, raffinato e umorale che passa da atmosfere hard torride, a cavalcate acide, a momenti di caldissimo soul/pop/r&b d'essai.
Nonostante "The Russian wilds" sia il terzo lavoro della band, non c'è dubbio sul fatto che ispirazione e idee fluiscono ancora copiose tra le sinapsi di Ethan Miller (ex Comets On Fire) e i suoi fidi compari, che hanno trovato una propria strada in cui il taglio retro è il carburante per composizioni capaci di rapire l'ascoltatore quasi istantaneamente; questa, in breve, è la stessa materia di cui è fatto il rock classico più iconico, quello che fa vibrare i neuroni e fa sentire il groppo in gola se ascoltato sul finire di una giornata, mentre si rientra a casa in auto al tramonto. Che sarà anche un'immagine stereotipata, ma è garantito che ci si casca tutti, prima o poi, e si arriva a comprenderne la potenza primordiale, pari a quella di un qualsiasi istinto ereditato dal nostro passato remoto animalesco.
Se proprio vogliamo trovare qualche difetto a questo album dobbiamo puntare il dito su due caratteristiche che, comunque, sono proprie del bacino a cui gli Howlin Rain attingono e si ispirano. In primis una certa prolissità, che spesso spinge il gruppo a dilatare le tracce oltre quel ragionevole limite passato il quale scatta la noia; in secondo luogo la reiterazione di cliché di genere collaudati, ma ormai appartenenti al repertorio dei dischi da catalogo in superofferta. Ma comunque questo è solo per il gusto di far le pulci con pedanteria.
"The Russian wilds" è forse quanto di più vicino all'aspirazione di Miller di fare "musica da canticchiare in vasca da bagno, mentre si beve whiskey"... e se una simile immagine vi provoca anche una minima reazione, sappiate che questo album non vi deluderà.


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