«GIANTS - Stranglers» la recensione di Rockol

Stranglers - GIANTS - la recensione

Recensione del 26 mar 2012 a cura di Franco Bacoccoli

La recensione

Nel 2008 Jean-Jacques Burnel lasciò intendere che per i suoi Stranglers, attivi dal 1974 e con un batterista -Jet Black- allora 69enne, si stava ormai avvicinando il momento d'andare in pensione. Il gruppo rock britannico, capitato nel marasma punk quasi per caso e fatto passare per tale (appunto punk) anche se in realtà i punti di contatto con esso sono sempre stati scarsi, nello scorso settembre aveva invece deciso di non mollare.
Niente strumenti appesi al chiodo, anzi di nuovo addosso il "chiodo". Gli Strangolatori, che come noto dal 1990 fanno a meno del fondatore Hugh Cornwell mentre Jet Black ha ormai 73 anni, hanno completato un nuovo album. Il successore di "Suite XVI" del 2006 è stato intitolato "Giants" ed è ora oscuramente qui. Gli Stranglers sono indubbiamente una anomalia nel panorama musicale britannico. Con radici nel pub rock, da Guildford nel Surrey (40 chilometri a sud-ovest di Londra), la band sta attraversando il quinto decennio; dove tanti altri più o meno di quella ondata o hanno mollato o si sono ridotti ad un "nostalgia act" dai risvolti patetici, loro vanno avanti come se il tempo fosse ininfluente. Più di venti singoli e diciassette album nella Top 40 britannica, ancor'oggi guidati dal basso di Jean-Jacques Burnel e dalle tastiere di Dave Greenfield, gli Stranglers, nonostante i cambi di cantante (dopo Cornwell al microfono è andato per sedici anni Paul Roberts), paiono inscalfibili alle intemperie e continuano a poter contare su un seguito abbastanza nutrito. La band probabilmente ha detto tutto ciò che doveva dire ad inizio di carriera, da "Rattus norvegicus" del 1977 a "The raven" del 1979, quando più forte era l'urgenza e i concorrenti ancora quasi tutti in pista. Tuttavia il gruppo continua a sfornare dischi dignitosi. E,se le vendite non sono certo più quelle d'un tempo, con il precedente "Suite XVI" che si è fermato al numero 89 delle classifiche britanniche, dal vivo la formazione tira ancora alla grande. "Giants" è il diciassettesimo disco di studio di una band che, tranne Baz Warne con i suoi 47 anni, annovera componenti più che sessantenni. Concepito negli ultimi due anni, e con un sound che torna parzialmente ai primi anni Ottanta, l'album annovera anche idee, come ha detto Burnel, d'una decina di anni fa. Se da un taschino del chiodo fosse saltata fuori una nuova "No more heroes" o un'altra "Always the Sun", per "Giants" si sarebbe potuto parlare di un mezzo miracolo. Invece il guizzo non c'è. Questo non significa che l'album, sul quale i brani dopo l'addio di Roberts vengono condivisi al microfono da Baz Warne e Jean-Jacques Burnel, sia brutto. Anzi. Il lavoro, almeno per gli iniziati, risulta molto gradevole e addirittura fresco. "Another Camden afternoon" - uno strumentale - molla zampate di basso, tastiere un po' doorsiane, è un percorso piuttosto inquietante in una Londra moderna vista con gli occhi di un'altra generazione. Cascate di musica che piovono dall'alto, "Freedom is insane" è un bel brano incalzante che non sarebbe risultato fuori luogo in "The raven". Punto forte, come una volta, come sempre, il collaudatissimo dialogo basso-tastiere. "Giants" è quasi una "Golden brown 2", sotterranea e leggermente psicedelica, "Lowlands" è invece il suono che fanno i vecchi punk nel 2012. "My fickle resolve": un pezzo atmosferico, da amare subito, dove non succede molto ma è tutto al punto giusto, un lento quasi struggente, ipnotico e, se ascoltato senza fretta, regala piccole perle. "Adios (tango)" è un curiosissimo brano in cui la Londra di fine anni Settanta incontra il tango. Teoricamente una delle idee peggiori dall'invenzione della discomusic, invece in questo strano ed obliquo modo, stranamente funziona. Chiude "15 steps" e si finisce proprio alla Stranglers, con una festa di fughe di tastiere, 5 minuti di bella urgenza (e qualche lungaggine). In mezzo purtroppo ci sono anche la mezza scivolata di "Boom boom", il discutibile papocchio di "Time was once on my side" ed una "Mercury rising" francamente noiosa, che se la fanno in concerto gli tirano le banane. Sicuramente non uno di quei dischi da precipitarsi a comprarlo gridando "lo voglio", ma certamente una prova più che discreta.

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