«BLUES FUNERAL - Mark Lanegan» la recensione di Rockol

Mark Lanegan - BLUES FUNERAL - la recensione

Recensione del 06 feb 2012

La recensione

Che succede se uno come Mark Lanegan si mette a riascoltare a ripetizione i Kraftwerk e i maestri del krautrock tedesco (è accaduto durante la registrazione di questo disco)? Che il cavaliere nero del post grunge americano e del blues più funereo se ne esca con un pezzo come "Ode to sad disco", esplicitamente ispirato a un quasi omonimo brano del danese Keli Hlodversson ("Sad disco") e completamente fuori dai suoi canoni: voce in falsetto e quasi melliflua, giusto una chitarra twang dalle tonalità spettrali a interferire con un purissimo techno-pop anni Ottanta alla maniera dei Depeche Mode o degli OMD.
Impazzito? No, Lanegan non è nuovo a frequentazioni con loop, beatbox ed elettronica (anche recentemente, con i Soul Savers, o nel mini di nove anni fa "Here comes that weird chill"), ma un disco così esplicitamente ispirato agli Eighties nel suo catalogo è sicuramente una rarità. Sarà che finalmente s'è rimesso a far musica da solo, dopo aver prestato le sue incatramate corde vocali e la sua ingombrante presenza ai Queens Of The Stone Age, ai Gutter Twins creati in coppia con Greg Dulli o alla soave Isobel Campbell in una versione aggiornata, si scrisse all'epoca, di Serge Gainsbourg e Jane Birkin o di Lee Hazlewood e Nancy Sinatra. Dopo tutto quel rock chitarristico e quel country folk di atmosfera prevalentemente acustica aveva evidentemente voglia di riprendere percorsi diversi, di giocare con i suoni e spiazzare un po' le attese. Una parte della più autorevole critica internazionale s'è già sperticata in lodi incondizionate, io (che, lo confesso, con i suoni anni Ottanta e l'electropop ho sempre avuto qualche problema) sono meno entusiasta anche se Lanegan è da lodare per questa voglia di sottrarsi ai cliché e la sua inconfondibile miscela vocale di alcol e tabacco - che qui pesca anche timbri più dolci e tonalità più acute del solito - ancora una volta vale da sola il prezzo del biglietto.
Il titolo dell'album, "Blues funeral", lasciava intendere un nuovo capitolo "roots" in quel tormentato percorso artistico ed esistenziale che a Lanegan ha fruttato un'aura mitologica da cantautore maudit, aedo degli inferi con i galloni dolorosamente guadagnati sul campo in anni di vita sul lato selvaggio della strada. Intendiamoci: è sempre quello il suo universo poetico di riferimento, in una sequenza di brani che parlano di ospedali con vista sul porto e di mondi che trascolorano dal grigio al nero, di mostri biblici e di passioni voraci ("je t'aime/mon amour/comme j'aime la nuit") azzannate con denti aguzzi da piranha ("The gravedigger's song"). Con quel titolo alla Nick Cave, "la canzone del becchino" mantiene ciò che promette: un rock sferzante dal piglio western/epico, un tribale ed elettrico inno di guerra che (drum machine a parte) farebbe immaginare che nulla sia cambiato. Più avanti, "Riot in my house" aggredisce con il suono turgido dell'hard rock e "Quiver syndrome" mischia un ritmo marziale alla Cult con un coretto rollingstoniano: siamo nel regno di Josh Homme, il martello chitarristico dei QOTSA che sibila ruggisce urla con le sue sei corde ronzanti, straziate e velenose. E il blues non manca di certo, virato spesso in una chiave electro che riporta di nuovo alla mente i Soul Savers: il lamento ipnotico e i suoni melmosi di "Bleeding muddy water" (che sfoggia però uno dei tanti ritornelli orecchiabili del disco) non sembrano troppo distanti da certe visioni di Robert Plant con la Band Of Joy, "St. Louis elegy" è ieratica e affascinante musica dei sepolcri e "Phantasmagoria blues" un ipotetico e avventuroso incontro ai crossroads tra i Joy Division e la canzone americana classica alla Jimmy Webb, mentre la spettrale "Deep black vanishing train" è l'unico pezzo folkeggiante e intimista alla maniera delle ultime colllaborazioni o di vecchi dischi come "Scraps at midnight" e "Field songs". Però niente da fare, l'umore prevalente e il tratto stilistico più evidente di questo disco, confezionato con l'aiuto di Homme, Dulli, Jack Irons, Chris Goss (Masters Of Reality) e il produttore/musicista Alain Johannes, sta altrove: nel synth-pop alla New Order di "Harborview hospital", per esempio, nel suadente dark pop di "Gray goes black" (una delle cose migliori) o negli strani, avvolgenti sette minuti finali di "Tiny grain of truth".
Lanegan non rinuncia a manipolare il suo armamentario poetico classico ("se le lacrime fossero liquore, mi sarei ubriacato fino a morirne" canta in "St. Louis elegy", per un recensore inglese cugina di secondo grado di "The house of the rising sun" versione Animals). Ma il suo funerale blues, stavolta, è pieno di ritmo e di colore (a partire dalla copertina) anche se New Orleans stavolta non c'entra niente. Se non è il suo disco migliore, sicuramente è - almeno per scelte musicali - uno dei più estroversi. Lanegan, che ne sembra decisamente soddisfatto, ha voglia di comunicare. E chissà, forse ha trovato finalmente una qualche peace of mind.





(Alfredo Marziano)
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