«THE BARGHEST O'WHITBY - My Dying Bride» la recensione di Rockol

My Dying Bride - THE BARGHEST O'WHITBY - la recensione

Recensione del 21 nov 2011 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Un cane infernale, nero come la pece, dalle zanne affilate e mortali: questo è il barghest. Un cane demoniaco, perché viene letteralmente dall'inferno e gli sventurati che lo incrociano nelle notti gelide vanno incontro a una sola sorte: morte certa. Ma attenzione, la faccenda è ancora più perversa di quello che sembra... perché il barghest non uccide direttamente. Basta la sua visione: chi si trova faccia a faccia con lui è segnato e morirà entro pochissimo. Chi lo vede di sfuggita può godere di un piccola proroga, ma non c'è nulla da fare: da lì a poco (che è sempre meglio di pochissimo, ma non è certo la soluzione ideale) è destinato a esalare l'ultimo respiro.
Fatta questa doverosa introduzione a base di mitologia del fascinoso Yorkshire, è più semplice inquadrare atmosfera e mood del nuovo ep dei britannici My Dying Bride. Un ep, si diceva, ma tutto è fuorché il classico antipastino stantio che prelude a un disco prossimo venturo... "The barghest o'Whitby", infatti, è un vero e proprio capitolo a sé nell'opera della band, un concept album (costituito da un'unica lunga traccia, peraltro) che semplicemente si snoda in una dimensione temporale che sfiora i 30 minuti, invece che l'ora.
Due scelte azzardate in un colpo solo - il concept e il disco monotraccia - dimostrano che i My Dying Bride non perdono la loro voglia di mettersi in gioco, anche dopo l'esperimento un po' troppo autoindulgente di "Evinta" (l'album uscito la scorsa primavera che constava di ben tre cd pieni zeppi di rivisitazioni in chiave classica di riff e temi del repertorio della band). Ma oltre a mostrare una spavalderia che non viene mitigata dal passare degli anni, la band di Aaron Stainthorpe e compari gioca la carta intelligente del riavvicinamento al sound che li ha resi una vera e propria leggenda del doom metal moderno.
Niente bizzarrie e strumenti da orchestra, quindi, ma tanto oscuro, mortifero, disperato e virulento dark-gothic-death-doom, di quello che solo loro sono in grado di fare: melodie malinconiche, riff monolitici, inserti quieti e onirici alternati a rocciosi tempi rallentati, ansiogeni come un risveglio in una bara. E poi il tipico cantato di Stainthorpe, capace di passare da tonalità spettrali da fantasma inconsolabile, a sibili demoniaci che provocano brividi gelidi.
Per i non iniziati - ammesso che non ce ne siano, visto che i My Dying Bride hanno una gloriosa carriera ventennale (con ben 11 album in studio all'attivo) - è possibile descrivere la pozione sonica di "The barghest o'Whitby" come un cocktail esoterico fatto di Black Sabbath vintage, Celtic Frost e Black Widow. Poesia per veglie funebri in purgatorio, colonna sonora per inumazioni nella Terra di Mezzo.
I My Dying Bride sono tornati al top e ci fanno - almeno per 27 minuti - credere che il tempo abbia fatto un rewind al 1995. Geniali, anche se non per tutti.

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