«LAST WORDS - THE FINAL RECORDINGS - Screaming Trees» la recensione di Rockol

Screaming Trees - LAST WORDS - THE FINAL RECORDINGS - la recensione

Recensione del 29 ago 2011 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

E’ questa la triste fine del grunge? Nel periodo in cui si celebra il ventennale di uno dei dischi più importanti di sempre, “Nevermind” dei Nirvana, vede la luce l’opera finale di una delle più importanti e sottovalutate band di quella scena, gli Screaming Trees.
La band di Mark Lanegan, ebbe un solo lampo di notorietà grazie a quella “Nearly lost you” inserita nella colonna sonora del film-simbolo della scena di Seattle, “Singles”. Poi già a metà degli anni ’90 venne scaricata dalla casa discografica. Mentre Lanegan già pensava alla sua carriera solista, la band fece un ultimo tentativo, incidendo alcune canzoni tra il ’98 e il ’99, con l’aiuto di Peter Buck (R.E.M.), che in quel periodo collaborava spesso con Barrett Martin, batterista dei Trees, ma anche per il side-project Tuatara e occasionalmente anche degli stessi R.E.M. (che avevano da poco perso Bill Berry).
Niente da fare: i Trees non trovarono nessuna etichetta interessata e quelle canzoni rimasero nel cassetto. Fino ad oggi: sono state ultimate da Martin con l’aiuto di Jack Endino (produttore simbolo della scena di Seattle) e vedono la luce, anche se in maniera molto dimessa: una pubblicazione digitale sull’etichetta di Martin, a cui farà seguito una pubblicazione fisica nei prossimi mesi.
Ed è un peccato: perché “Last words” è un piccolo gioiello di rock fuori dal tempo. Un disco che marca la diversità degli Screaming Trees dal resto del movimento grunge: il loro rock era più psichedelico, più particolare, anche meno radiofonico rispetto agli standard rock degli anni ’90, con una voce particolare e profonda come quella di Lanegan. E così è anche in queste 10 canzoni: che si aprono con il power-pop quasi alla R.E.M. di “Ash gray sunday” (Buck ha il pregio/difetto di “remmificare” parecchio i dischi a cui partecipa, spesso usando quei suoni “storici” che nella sua band si rifiuta di usare, come la 12 corde che si sente qua). Ci sono i suoni acidi di “Crawlspace”, c’è l’acustica di “Reflections”. C’è soprattutto che - parere personalissimo - la voce di Lanegan funziona meglio con questo suono, con questa band che non nelle pregevolissime cose fatte da solista.
Insomma, “Last words” è un “lost album” nel senso vero del termine, uno di quello che saltano fuori all’improvviso e fanno enorme piacere ai fan del genere. Nulla di straordinario o imperdibile, per carità: ma comunque la stupenda testimonianza di una band che in troppi hanno dimenticato, e che non ha mai avuto il giusto riconoscimento che le spettava.

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