«DEDICATED - Steve Cropper» la recensione di Rockol

Steve Cropper - DEDICATED - la recensione

Recensione del 29 lug 2011 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

E’ dal 1980 che quasi tutti in Italia conoscono Steve Cropper, ma pochi tra loro lo sanno. E’ il barbuto chitarrista che suona in “The Blues Brothers”, una di quelle star di seconda fila ma di prima grandezza che permisero a John Landis, John Belushi e Dan Aykroyd di introdurre le nuove generazioni di allora a blues, soul e r’n’b. Ma Steve “The Colonel” Cropper, come altri super-ospiti di quella straordinaria congrega, arriva da molto più lontano. Arriva da due luoghi: il Sud degli Stati Uniti e gli Anni Sessanta. Nacque nel Missouri nel ’41 e crebbe nel Mississippi, dove imparò a suonare la chitarra idolatrando Pete Pauling, Jimmy Reed e Chuck Berry. Nemmeno ventunenne, insieme a Booker T. Jones, Al Jackson Jr. e Donald “Duck” Dunn suonava in Booker T & The MG’s, la house band della Stax Records, forgiando e plasmando una volta per tutte il Memphis Soul. Due neri e due bianchi insieme senza un problema, quasi il genoma del Southern Rock che sarebbe giunto pochi anni dopo; erano talmente bollenti che, mentre ammazzavano il tempo tra una session e l’altra rilassandosi con un motivetto blueseggiante, il presidente della label Jim Stewart premette il tasto on e li registrò. Era “Green onions”, che entrò diretta al primo posto della classifica di Billboard in una questione di settimane. Cropper fu per la Stax il fuoriclasse insostituibile: A&R man, autore, produttore, arrangiatore. Chitarrista sublime amato ed ammirato dalla crème del rock e del blues, scrisse anche “(Sittin’ on the) Dock of the Bay” con Otis Redding, “In the midnight hour” con Wilson Pickett e “Knock on wood” con Eddie Floyd. Dal 1992 fa parte della Rock and Roll Hall of Fame con gli MG’s. Se per Rolling Stone risultò il numero 36 della Top 100 dei chitarristi di ogni tempo, nel 1996 Mojo lo nominò il maggior chitarrista vivente. Eppure, per lui, il numero uno è sempre stato e sempre resterà “Lowman” Pete Pauling con i suoi 5 Royales. Ecco perché il Colonnello ha prodotto DEDICATED (429 Records), un tributo al suo eroe ed alla sua band seminale che, per estensione, diventa pure un genuino omaggio sentito alle radici di un genere che hanno dato frutti strepitosi nel decennio successivo e a tutti quei personaggi che hanno lastricato una strada poi percorsa da altri in pompa magna. Suona come una mossa di carriera quasi naturale e prevedibile, non dissimile da quella recente di Jeff Beck (“Rock’n’roll party” per Les Paul): come in quel caso, però, il valore aggiunto e il risultato sono garantiti solo dall’onestà dell’ispirazione e della qualità dei partecipanti. Entrambe di livello astrale, qui. Per celebrare Pauling come meritava, Cropper ha semplicemente dovuto spargere la voce sul progetto: intorno alla compilation-tributo sui 5 Royales che aveva in mente si sono subito coagulate una super session band e una lista di ospiti da major league. Della prima fanno parte, insieme a Cropper, David Hood al basso, Spooner Oldham alle tastiere, Steve Ferrone e Steve Jordan alla batteria, Neal Sugarman dei Dap Kings e Joe Tiven ai fiati (quest’ultimo anche co-produttore di DEDICATED). Della seconda, invece, Brian May, Lucinda Williams, B.B. King, Steve Winwood, Sharon Jones, John Popper, Bettye LaVette, Delbert McClinton, Buddy Miller, Shemekia Copeland. L’album, nel quale il settantenne chitarrista svetta per distanza ma è circondato da sodali incredibili, suona tutto inevitabilmente familiare perché i 5 Royales cominciarono a seminare hits negli anni Cinquanta. Alcune di esse divennero loro classici, come “Tears of joy” e "Baby don't do it"; altre, come “Think”, “Tell the truth” e "Dedicated to the one I love", fecero fortuna grazie a James Brown, Ray Charles e Mamas and Papas; altre ancora, come "Slummer the slum", fecero inconsapevolmente la storia del suono (secondo Dave Marsh qui Pauling introdusse per primo in assoluto il feedback volontario in un disco). Nel 1965 i 5 Royales, che ebbero il merito di contaminare sacro e profano, gospel e doo wop, virando il rhythm and blues dell’epoca verso una nuova razza di soul, erano già storia. E il povero Pauling, alcolizzato, moriva nel 1973. Ma la sua torcia arde ancora e, come accadde nell’80, il Colonnello crede che sia il suo turno passarla.

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.