«LAST - Unthanks» la recensione di Rockol

Unthanks - LAST - la recensione

Recensione del 30 mag 2011

La recensione

“Le Unthanks sono come rugiada mattutina non ancora evaporata”. Non lo dice uno qualsiasi ma un vecchio saggio come Robert Wyatt, tra i tanti disposti a spendere parole di elogio per questa banda di outsider sbocciata nella nordica regione inglese del Northumberland (l’elenco degli estimatori è lungo e comprende musicisti come Elvis Costello, i Radiohead e Damon Albarn, scrittori come Nick Hornby, attori come Ewan McGregor). La cosa curiosa è che Rachel e Becky Unthank, le due sorelle che danno nome al gruppo, sono cantanti folk “per natura e non per moda” come tiene a precisare Adrian McNally, marito di Rachel nonché pianista, compositore e produttore/arrangiatore delle loro canzoni. Qui sta l’imperscrutabile imprevedibilità della loro crescente popolarità: vero è che, dopo decenni di oblio, folk e musica acustica hanno ripreso a catturare le orecchie del pubblico giovane e a essere cool sulle due sponde dell’Atlantico; ma qui non ci sono i ritmi accattivanti di Mumford & Sons, l’allure post-hippie dei Fleet Foxes, chitarre a tinte psichedeliche e ammiccamenti all’estetica indie. Nella loro rigorosa ed educata compostezza, nell’armonizzazione e nell’incrocio seducente delle voci, le Unthanks ricordano piuttosto i Watersons o le Silly Sisters (alias Maddy Prior e June Tabor) del tempo che fu, nomi di culto per appassionati del genere che non hanno mai varcato i confini della nicchia di mercato e del pubblico specialistico. Non sono glamour, Rachel e Becky (mica stiamo parlando dei Corrs!), ragazze di provincia pallidine, pienotte e sempre un po’ imbarazzate davanti all’obiettivo, attaccate alla tradizione e alla loro terra (a casa loro hanno iniziato a tenere dei “singing weekends” a base di lezioni di canto, passeggiate sulla spiaggia e bicchierate al pub): perché rischino di diventare delle “poster girls” per una nuova generazione resta un intrigante mistero. Se non le conoscete, preparatevi. Questa è musica da coltivare con la stessa pazienza ed attenzione che si riserva a un disco di Antony and the Johnsons, non a caso tra i preferiti della ditta e omaggiato recentemente (come Wyatt) da un concerto a tema. E’ un suono atemporale, il loro, che in “Last” (quarto album in sei anni) è stato catturato principalmente in un home studio ma anche in qualche teatro e circolo sociale sperduto nella campagna inglese. “Gan to the kye”, che apre il disco demarcandone il perimetro, ne è l’incantevole biglietto da visita: “una piccola filastrocca sull’andare in giro a guardar mucche” che assomiglia a una veglia funebre solenne e un po’ sinistra, folk da camera o da salotto per voci, pianoforte, archi ed ottoni, elegante e austero come un mobile in quercia impolverato dal tempo. Il resto è in stile, a passo lento e su tempi quasi sempre dilatati. Tra una tromba barocca e un tocco di drumming jazz (“The Gallowgate lad”, “Queen of heart”) si penetra in un piccolo mondo antico dove i ragazzi si chiamano ancora lads e le ragazze lassies e i temi delle canzoni sono quelli del folk tradizionale: sangue e lacrime, passioni represse e pronte a esplodere, sfruttamento minorile, povertà e fatica del lavoro. Tre quarti della scaletta è incisa nel ceppo dei “trad. arr.” (i tradizionali arrangiati), il violino rustico di “My lady sits ower late up” e l’intro a cappella di “Canny Hobby Elliot” sono inconfondibilmente “British folk”, roba che le ragazze hanno probabilmente imparato tanti anni fa in quelle classiche riunioni di famiglia in cui tutti si riunivano intorno al pianoforte a cantare, oppure attingendo a quel canzoniere locale del diciannovesimo secolo che è una fonte dichiarata del loro repertorio. E anche quando è McNally a tracciare segni sul pentagramma (la title track), il risultato è quasi indistinguibile. L’omogeneità strumentale e il poco dinamismo sono le uniche, veniali pecche del disco, le voci spettrali delle sorelle e le eleganti, classicheggianti orchestrazioni di mr. Unthank i suoi assi nella manica: e chi parla di riferimenti al minimalismo di Steve Reich non sbaglia (ascoltate il ripetitivo fraseggio pianistico di “Close to the coalhouse door”). Già, perché le Unthanks hanno antenne dritte, occhi aperti sul passato ma anche sul presente: capita così che prendano a prestito un Tom Waits recente (“No one knows I’m gone” da “Alice”, anno di grazia 2002) oppure un King Crimson epocale come “Starless” (da “Red”, 1975), smantellato da orpelli prog e jazz rock e restituito alla sua statuaria bellezza grazie a una partitura misurata e a una tromba struggente. Nessun pregiudizio, è il motto dei ragazzi del Northumberland. Utile anche a chi voglia accostarsi nel modo giusto all’ascolto del loro intrigante, oggi inusitato universo musicale.



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Gan to the kye
02. The Gallowgate lad
03. Queen of hearts
04. Last
05. Give away your heart
06. No one knows I’m gone
07. My lady sits ower late up
08. Canny Hobbie Elliot
09. Starless
10. Close to the coalhouse door
11. Last (reprise)
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