Recensioni / 17 mag 2011

Kate Bush - DIRECTOR'S CUT - la recensione

Voto Rockol: 3.0 / 5
DIRECTOR'S CUT
Fish People/EMI (CD)
Non trattenete il fiato, l’appuntamento con il “vero” nuovo disco di Kate Bush è rimandato a data da destinarsi. L’imperscrutabile artista inglese ci sta lavorando, protetta dalla riservatezza dell’home studio annesso alla sua residenza di campagna nella periferia sudoccidentale di Londra. Ma chissà quando vedranno la luce, quelle canzoni: considerando che ci ha messo tre anni e mezzo per confezionare questo “Director’s cut”, dove – forbici e pellicola in mano, in omaggio al maestro russo Sergei Eisenstein – l’elusiva eroina del pop inglese s’è impegnata in un lavoro di taglia e cuci su scampoli di musica già conosciuta, quattro titoli recuperati da “The sensual world” (1989) e sette da “The red shoes” (1993). L’ha fatto, come ha spiegato al mensile inglese Mojo nell’unica intervista concessa prima della pubblicazione, soprattutto per se stessa, in ossequio all’ossessivo perfezionismo che da sempre la contraddistingue. Come darle torto, pero? Quei due album, sicuramente tra i più sofferti, discussi e controversi del catalogo, non sono invecchiati troppo bene: verniciati di colori allora di moda, farciti di riverberi, tonanti batterie con effetti “gate” e suoni campionati, oggi suonano piuttosto metallici e artificiali, ricoperti da una fredda patina digitale che opacizza anche le melodie più pure e cristalline. Così, ispirata dal ritorno all’analogico già sperimentato nell’ultimo e affascinante ”Aerial” (intanto sono passati già quasi sei anni…), la Bush ha deciso di rimetterci mano rimescolando un po’ le carte, registrando ex novo tre titoli, reincidendo tutte le percussioni e le parti di voce solista, remixando le tracce che ha deciso di conservare, aggiungendo (con il contributo di Steve Gadd, Danny Thompson, Mica Paris, Del Palmer e del marito Danny McIntosh) ma soprattutto sottraendo. Ha prodotto così degli strani ibridi che generalmente suonano molto meglio dei loro genitori naturali (con buona pace di certi fan puri e duri, terrorizzati e anche scandalizzati dalla inattesa decisione) anche se qualche perplessità rimane: con la sua chitarra spudoratamente rollingstoniana, un’armonica blues e una performance vocale quasi parodistica (il tutto, come scrive Helen Brown sul “Telegraph”, sembra registrato nel retro di un pub irlandese) “Rubberband girl” fa rimpiangere la vivacità (sia pure sintetica) della prima edizione; e, al di là della preveggenza della canzone che ha per tema il drammatico isolamento della computer generation e della curiosità di assistere al debutto su disco del figlio dodicenne Bertie (su “Aerial” la premurosa mamma gli aveva dedicato una canzone, ricordate?), anche gli smanettamenti di autotune e i bizzarri vocalizzi di “Deeper understanding”, scelta enigmaticamente come primo singolo, non sembrano il modo migliore di rimpiazzare il vocoder e il coro dell’originale. Altrove, la Bush non se l’è sentita di cancellare certi contributi originali e distintivi: le voci del Trio Bulgarka (in “Song of Solomon” e in una “Never be mine” a ritmo rallentato), la chitarra di Eric Clapton in una “And so is love” che intanto è diventata più bluesy e più calda. E’ rimasta intatta la intro esoterica di “Lily” (che percorre sentieri vicini a Peter Gabriel o al Robert Plant più etnico), e “Top of the city” non ha perso il suo spirito fiammeggiante e un po’ sopra le righe (Tori Amos ha preso diligentemente appunti). Mentre su “Flower of the mountain”, rifacimento della title track di “The sensual world”, aleggia un senso di compiaciuta rivincita: vent’anni dopo un diniego che ancora brucia nell’intimo, Kate ha inaspettatamente incassato dall’unico erede ottuagenario di James Joyce il permesso di usare uno stralcio del soliloquio di Molly Bloom (dall’ “Ulisse”) così com’era sempre stato nelle sue intenzioni: la tonalità più bassa, morbida e vellutata della Bush over 50 di oggi amplifica la sensualità della canzone, aperta dal suono di campane e immersa nel colore irlandese delle uillean pipes. L’Isola Verde è nel sangue (materno) della Bush e torna prepotente nelle energiche pennate di mandola di “The red shoes”, danza folk che spogliata di troppi artifici diventa ancora più ipnotica e trascinante, una piccola trance che scatena il ritmo e la vertigine. Subito dopo, “A woman’s work” e “Moments of pleasure” rappresentano il nocciolo emotivo e spirituale del disco, e forse la sua vera ragion d’essere: la prima, rifatta dalla testa ai piedi e quasi raddoppiata in lunghezza, vive essenzialmente di un dialogo intimo tra voce e piano elettrico, in un’atmosfera liquida e sospesa; la seconda, ballata strappacuore che celebra la memoria di momenti perduti e di persone care, perde il sontuoso arrangiamento d’archi e acquista un coro a bocca chiusa (frutto di elaborazioni elettroniche) che sembra provenire dall’altro mondo, quasi un controcanto ultraterreno alla assorta performance vocale della cantante. Rinunciando alle drum machine e all’elettronica “spinta”, Kate Bush cercava più spazio, più respiro per le sue composizioni. C’è riuscita, ma avrebbe fatto meglio a usarle con ancora più decisione, quelle forbici. Quando e dove ha avuto il coraggio di farlo ha dato nuova anima alle canzoni giganteggiando con un carisma, un fascino e un’autorità che oggi nel mondo del pop femminile non hanno praticamente eguali: viene in mente solo Joni Mitchell, un’altra reclusa volontaria dall’altra parte dell’oceano.



(Alfredo Marziano)