«CATCH A FIRE - Bob Marley» la recensione di Rockol

Bob Marley - CATCH A FIRE - la recensione

Recensione del 01 gen 2011

La recensione

In principio (fine anni ’50, primi anni ’60) erano i i fiati jazzati e i ritmi ballabili dello ska. Poi, da metà Sixties in avanti, si impose l’onda lenta e melodica del rocksteady. Infine irruppe Bob Marley con il suo roots reggae, e la musica della Giamaica diventò “global”. Un articolo da esportazione come i sigari cubani, in cui il messaggio forte di emancipazione e di riscatto sociale contava non meno del medium, quella cadenza pigra e inconfondibile scandita dalle percussioni in levare e dagli “staccato” di chitarra elettrica. “Catch a fire”, pubblicato il 13 aprile del 1973, fu lo spartiacque di una vita e di una carriera brevi e leggendarie: originariamente uscito come intitolato ai Wailers, venne ripubblicato con una copertina che che ne faceva il primo disco ad anteporre in copertina nome e cognome del bandleader a quello dei compagni Peter Mcintosh alias Peter Tosh e Bunny Livingston detto Bunny Wailer (gli altri due membri originali della band, non la presero bene); il primo a promuovere il reggae come musica da album e non da singoli, com’era sempre stato fino a quel momento: il primo pubblicato sul mercato internazionale dalla Island di Chris Blackwell, inglese cresciuto in Giamaica e tornato in patria carico di dischi da servire alla popolosa comunità di immigrati. I solari ritmi dell’isola caraibica, che agli inglesi non suonavano poi così diversi dall’amato soul della Stax e della Tamla Motown, erano già approdati nel mondo occidentale: lo ska era adorato dai mods inglesi, Jimmy Cliff (che poi lasciò la Island per la EMI) era già una star internazionale, “My boy lollipop” della quindicenne Minnie Small (un’altra scoperta di Blackwell) era diventato un hit mondiale e plurimilionario. E intanto i Wailers, con il loro reggae ribelle, politicizzato e socialmente consapevole, avevano già fatto parlare di sé a casa loro, entrando nelle grazie di Leslie Kong, di Coxsone Dodd e di Lee “Scratch” Perry, guru della scena locale da cui si affrancarono progressivamente lanciando una propria etichetta, Tuff Gong, e abbracciando la religione del rastafarianesimo che predicava l’abbandono della Babilonia corrotta per far ritorno nelle braccia di Madre Africa. Ma “Catch a fire” era qualcosa di nuovo, di diverso, di incredibilmente eccitante. Ascoltati i nastri che il trio, rinforzato da Aston (Family Man) e Cartlon (Carly) Barrett, la potente sezione ritmica degli Upsetters di Perry, avevano registrato a Kingston (una bomba, li trovate nella deluxe edition su doppio cd pubblicata nel 2001 da Universal), Blackwell ne intuì il potenziale: da quelle spesse coltri di ganja emergeva una musica esplosiva, materiale infiammabile che avrebbe potuto incendiare anche il mercato rock già saturo di eccessi prog, di lustrini glam e di cantautorato all’acqua di rose. L’astuto e illuminato Chris convocò presso gli studi Island di Basing Street il tastierista texano John “Rabbit” Bundrick (poi sideman degli Who) e un chitarrista dell’Alabama, Wayne Perkins. Aggiunse al missaggio qualche sovraincisione di organo, di piano elettrico, di synth e clavinet, qualche assolo di chitarra elettrica (“Concrete jungle”), una dolce steel contornata di cori femminili (“Baby we’ve got a date”) confezionando un disco “rock”, sia pure di sangue meticcio (come lo stesso Marley, nato da madre di pelle nera e padre bianco di ascendenze inglesi). Fu l’unica concessione al “mercato”, perché nei testi delle canzoni e nel modo di presentarsi in pubblico (quel primo piano di Bob ritratto con un enorme “cannone” di marijuana in bocca, sulla copertina che rimpiazzò presto quella originale riproducente uno Zippo) Marley, Tosh e Livingston non facevano nulla per compiacere la maggioranza silenziosa. Cantavano di tribolazioni nel ghetto e di vita grama nella giungla d’asfalto (“Concrete jungle”), del nuovo schiavismo economico cui gli immigrati erano sottoposti nella “terra dei liberi” (“Slave driver”), di escapismo alla ricerca di una via di uscita (“Midnight ravers”), di torridi e promiscui incontri sessuali (“Kinky reggae”). I primi classicissimi di sua maestà Bob indicavano già la strada maestra che avrebbe percorso in futuro: “Stir it up”, vecchio pezzo del 1967 già portato al successo dall’americano Johnny Nash, assecondava il suo lato più melodico e romantico (e si appiccicava alle orecchie con quel giro di basso insistente in primo piano), la irresistibile “No more trouble” lanciava già uno di quei messaggi di speranza universale che ne avrebbero fatto in seguito un’icona mondiale e un Nobel virtuale della pace (“we don’t need no trouble!/what we need is love!”: detto da lui suonava più autentico che sulla bocca di un hippie californiano o di un “baronetto” inglese). I compari non erano da meno: e prima di immalinconirsi in produzioni scadenti e di fare una brutta fine, Tosh si dimostrò capace di scrivere sintetici pamphlet storico-politici come “400 years” e inni trascinanti come “Stop that train”, poi ripresa innumerevoli volte (anche dai 99 Posse). La risposta immediata a “Catch a fire” fu incoraggiante ma non straordinaria: numero 171 e 51, rispettivamente, nelle classifiche americane “pop” e “black” di Billboard. Un bel trampolino di lancio per il tour Usa che ne seguì ma nulla in confronto a ciò che sarebbe accaduto in seguito. “Catch a fire”, però, coglie forse il momento più bello e autentico di Marley: in miracoloso equilibrio tra purezza di intenti e contagiosa forza comunicativa, inconsapevole del fatto che il mondo sta per cadere ai suoi piedi.




(Alfredo Marziano)
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