«I AM VERY FAR - Okkervil River» la recensione di Rockol

Okkervil River - I AM VERY FAR - la recensione

Recensione del 09 mag 2011 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

Tra il 2007 e il 2008 gli Okkervil River avevano concentrato i punti più alti della loro carriera, con due dischi provenienti dalle stesse sessioni (“The stand ins” e “The stage names”), una emozionante raccolta di cover registrate dal vivo (“Golden opportunities”) distribuita gratuitamente via Internet e un tour che li ha impegnati a lungo.
Dopo tutta questa frenesia produttiva Will Sheff, voce e leader della band, ha chiuso le serrande e ci ha pensato un po' prima di far sentire una nuova canzone, riaffacciandosi solo alla fine del 2010 con la collaborazione con Roky Erickson (13th Floor Elevators), sfociata nell'album “True love cast out all evil”: una sorta di prova generale per testare la consistenza di tutta la band prima di pubblicare, finalmente, un nuovo album di inediti.
“I am very far” giunge alle nostre orecchie dopo una lavorazione molto particolare, iniziata con il totale isolamento di Will Sheff e continuata in studio di registrazione dove è stata impiegata una formazione gigantesca di musicisti composta da due batteristi, due bassisti, due pianisti e sette chitarristi che, per alcune delle canzoni, hanno suonato in simultanea.
Abituati al folk rock semplice e diretto dei dischi precedenti, l'ascolto di questo nuovo disco si propone inizialmente come un bel pugno in pieno viso; all'inizio è solo stupore e disorientamento: un suono potente, stratificato e variegato come mai avremmo immaginato, un vero e proprio muro sonoro che quasi sembra prendere il sopravvento sulla caratteristica principale della band di Austin (Texas), ovverp l'interpretazione e le parole del loro leader, che qui (anche quando urla) sembra volersi un po' nascondere.
Il sangue fa sembrare più grave il trauma di quello che è in realtà, ma è veramente dura abituarsi a questi nuovi Okkervil River che hanno messo da parte il sound variabile ed umano per uno più elaborato - ma non artefatto - che ha bisogno di molti ascolti e un volume imbarazzante per essere quantomeno compreso.
“The valley” parte subito con il piede pigiato sull'acceleratore con un tamburo a scandire l'andamento sostenuto, quasi una marcia, a cui si sovrappongono archi su archi creando un caos ordinato ben poco comprensibile. “Piratess”, invece, è un brano costruito solo sul groove di basso, lontano anni luce da quanto sentito in passato, e con dei giornali strappati usati per le percussioni (trucco adottato anche dagli Arcade Fire per un live in un ascensore molto popolare su Youtube).
“Rider” fa sentire il peso della gigantesca session-band creata per l'occasione che conferisce a questa canzone, splendida e ricca di fervore, una sonorità quasi orchestrale, mentre “Lay of the survivor” ci restituisce finalmente quello che, nella nostra memoria, è ciò che si aspetta dagli Okkervil River, una dolce e ristoratrice ballad acustica arricchita dalla voce profonda, ma fragile di quel nerd occhialuto che porta il nome di Will Sheff.
E' una pausa che ci permette di assorbire meglio il colpo di “White shadow waltz”, una vera e propria cavalcata arricchita dagli archi che sembra non esplodere mai finché la batteria non inizia a mitragliare colpi e il climax generale diventa sempre più infiammabile, probabilmente uno dei brani migliori del disco. Se “We need a myth” propone un altro “crescendo” pieno zeppo di ogni tipo di strumento musicale, “Mermaid” è un brano sognante in cui ritroviamo la semplice bellezza delle composizioni di Will Sheff, che qui sembra volersi rifare alle languide canzoni d'amore degli anni '50 americani.
Superata la dimenticabile “Show yourself”, veniamo nuovamente sorpresi dall'attacco quasi “seventies” di “Your past life is a blast” per poi venire travolti dall'energia della superband e del suo coro, ma è con “Wake and be fine” che gli Okkervil ci fanno fare un salto emozionale, con una canzone splendida, dolce e violenta allo stesso tempo, un gioiello che da solo vale tutto il disco. Un brano che sarebbe stato troppo facile trovare all'inizio del disco, ma lo scoviamo in chiusura come un premio per l'impegno di ogni ascoltatore (ok potete sempre scaricarvi solo questo brano, ma vi assicuriamo che vi perdete tutto il gusto).
Dopo questa festa per le orecchie ci ritroviamo a dover far i conti con la realtà grazie a “The rise” un brano molto ostico che cambia forma più volte durante la sua esistenza per terminare con un finale folle che si perde in echi psichedelici: solo qui capiamo il vero significato del titolo “I am very far”. Will Sheff, infatti, non afferma solo di voler mettere più chilometri possibili tra la sua nuova musica e quella passata, ma sembra anche pretendere un po' di distanza dal suo pubblico, mettendolo continuamente alla prova, nascondendosi dietro una band di quattordici elementi, e celando la fragilità della sua voce dentro una produzione imponente.
Il risultato, di primo acchito, è detestabile, ma dandogli fiducia e analizzandolo con cura questo disco può donare più soddisfazioni di quanto si possa credere.
E pazienza per il pugno, questo è pur sempre rock'n'roll.

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