«HELPLESSNESS BLUES - Fleet Foxes» la recensione di Rockol

Fleet Foxes - HELPLESSNESS BLUES - la recensione

Recensione del 02 mag 2011

La recensione

La difficoltà del secondo album è un postulato del music business che i Fleet Foxes hanno sperimentato sulla loro pelle. “Helplessness blues”, il disco che esce domani nei negozi italiani, è il frutto di una gestazione lunga e difficile, tre anni che Robin Pecknold e i suoi hanno trascorso a tenere concerti e raccogliere consensi in giro per il mondo ma anche a macerarsi tra dubbi, incertezze e ripensamenti che li hanno portati a incidere da capo molte delle canzoni. Colpa, in un certo senso, di quel primo, folgorante album omonimo del 2008, un fuocherello a combustione lenta e spontanea che a un certo punto è diventato un incendio: soprattutto in Inghilterra, dove contro ogni aspettativa il disco si è issato fino al numero 3 delle classifiche vendendo mezzo milione di copie (ma anche in Italia s’è difeso bene: 5 mila copie, più altre 2/3 mila di import, sono numeri importanti nel mercato indie di questi tempi). E’ successo l’imprevedibile, insomma. Con le loro barbe neohippie, i camicioni da boscaioli, la loro musica acustica e gentile e le squillanti armonie corali che li hanno resi (ormai) famosi i ragazzi di Seattle hanno fatto tendenza, hanno toccato una corda nascosta, sono diventati molto cool spianando la strada a un “movimento” neofolk che negli Stati Uniti sta assumendo le proporzioni di una piccola valanga. I Foxes esprimono riconoscenza (nelle note di copertina del nuovo album ringraziano i fan e spiriti affini come Joanna Newsom), ma intanto si pongono il problema di come tener fede a tante aspettative. Succede così che a venticinque anni appena Pecknold si senta improvvisamente più vecchio e inizi a farsi domande sulla sua condizione esistenziale e sulle sue aspirazioni (temi ricorrenti in un album vagamente “concept”, con la musica che rimbalza sovente dalle stesse parti e richiami letterari all’isola lacustre di Innisfree, il buen ritiro vagheggiato da W.B. Yeats). Se n’è uscito con un titolo “divertente” (dice lui) e un po’ disperato, “Helplessness blues”, ma ad ascoltare superficialmente le dodici canzoni non ci si accorge quasi di tutto quel travaglio: cinquanta minuti di musica onirica, incantata e luminosa, una sinfonia di tintinnanti strumenti a corda e di voci angeliche che scorre via senza picchi memorabili, forse, ma mantenendo in tutto il percorso una consistente omogeneità. Niente di troppo diverso da quanto avevamo imparato ad apprezzare nei Fleet Foxes. Però con un indefinibile quid in più, in bilico sulla corda tesa tra il sacrosanto desiderio di progredire e il timore di strafare. Da quintetto che erano sono diventati un sestetto, e anche la strumentazione s’è fatta decisamente più ricca. Accanto alle chitarre, ai mandolini, ai dulcimer, agli harmonium, ai clavicembali e agli organi a soffietto ora c’è il violino esotico e zingaresco di “Bedouin dress” (che già dal titolo potrebbe appartenere al repertorio della Incredibile String Band). Ci sono percussioni più insistenti e le ance della recluta Morgan Henderson, l’ “arpa acquatica” del chitarrista Skyler Skjielset e l’arsenale di tastiere e aggeggi manovrati da Casey Wescott (Moog, Prophet e un bass pedal synthesizer prodotto dalla Crumar di Castelfidardo). Ci sono “scatole musicali” e campane tibetane, la tremoloa hawaiana e il Marxophone, strumento ibrido a metà tra una cetra, una chitarra e un mandolino che ai primi del Novecento, negli Stati Uniti, veniva venduto anche porta a porta. C’è più legna da ardere, insomma, nel falò da bivacco attorno a cui si immagina nasca la loro musica. Ma senza spinta alla grandeur a tutti i costi, senza orpelli ed effetti speciali in surplus. Il loro approccio resta ancora rustico e artigianale (guardate il pieghevole stile Lp incluso nella confezione). Solo in coda, nell’esuberanza celebrativa di “Grown ocean”, si rintraccia una concessione evidente al suono “panoramico”, a una “big music” lussureggiante con gli occhi aperti di meraviglia sul mondo. E l’unico, vero momento di autoindulgenza è quella curiosa (e un po’ goffa) appendice free jazz posta a sigillo di “The shrine/An argument”, minisuite da otto minuti che potrebbe indicare una strada per il futuro. Per il resto, “Helplessness blues” è il fratello più giovane ma più maturo di “Fleet Foxes”. I musicisti pizzicano ancora le corde alla maniera dei Pentangle, dei Fairport-Convention e degli Steeleye Span, con qualche accelerata alla Led Zeppelin del terzo album e un Bob Dylan omaggiato ai limiti del plagio ("Lorelai" è anche troppo simile a "4th time around"). Fanno sgorgare cascatelle di suoni acustici e danzano lievi intorno alle voci di Pecknold, del batterista Josh Tillman e del bassista Christian Wargo: che a volte armonizzano come i Beach Boys di “Smile” e di “Pet sounds”, come Simon & Garfunkel o Crosby, Stills & Nash (il timbro di Pecknold ricorda molto quello dell’ex Hollies); e altre (osserva giustamente Andy Gill sull’Independent) cantano come monaci raccolti in preghiera in un chiostro. Solenni e assorti, solari e delicati come abbiamo imparato a conoscerli, i Foxes evocano ancora un mondo extraurbano e ultraterreno, dove la magia e l’arcano sono di casa (“Sim sala bim”), fermandosi giusto a un passo dal diventare troppo stucchevoli ed affettati. E a dispetto dei loro apparenti dubbi, suonano come un gruppo decisamente in ascesa, consapevole dei suoi mezzi e con le idee ancora chiare. Forse ci vede giusto Andy Thrills, quando sul Daily Mail scrive che i Fleet Foxes potrebbero ripetere l’exploit degli Arcade Fire , una band di culto capace di collezionare Grammy e apprezzamenti nel mainstream. Le Volpi di Seattle in verità sembrano più schive, più selvatiche. Ma ormai hanno messo il muso fuori dalla tana, e il mondo si è accorto di loro.



(Alfredo Marziano)
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