«DOGGUMENTARY - Snoop Dogg» la recensione di Rockol

Snoop Dogg - DOGGUMENTARY - la recensione

Recensione del 18 apr 2011 a cura di Alessandra Zacchino

La recensione

Undicesimo album per Snoop Dogg e già questo merita una riflessione. Nel mercato discografico attuale, resistere cinque anni senza scomparire dall’interesse generale è davvero una rarità. Chi ci riesce, appartiene ad un livello superiore. Nella musica hip hop poi, la vita media artistica di un rapper di successo è ancora più breve, soprattutto perché di solito intervengono reati di vario genere che vanno a decimare i pochi esponenti validi a piede libero.
Snoop Dogg, si può considerare un veterano, un esponente della “vecchia scuola”, un sopravvissuto della sanguinosa faida fra coste, un leader carismatico in grado di reinventarsi sempre. “Doggumentary”, è stato descritto come una sorta di sequel dello storico primo album del rapper, intitolato “Doggystyle” e risalente al lontano ’93. Longevità è la chiave di tutto. “Doggystyle” ha creato un personaggio, uno stile e “Doggumentary” testimonia che quel personaggio, quello stile sono ancora intatti e indubbiamente capaci di creare nuovi hit singles. La prima cosa che colpisce è la lunga lista di “featuring” e la non meno corta lista di canzoni. Ventuno pezzi, di cui solo tre privi di un qualche collaboratore. Non è dato sapere con certezza il perché di questo bagno di folla, ma appaiono logiche molte delle sue scelte. Perché se vuoi un pezzo “funkadelico” di grande effetto, è bene chiamare uno come l’inossidabile Bootsy Collins , ospite in due canzoni dell’album, tra cui quella d’apertura di “Doggumentary”, intitolata “Toyz N Da Hood”. Se vuoi usare l’autotune, chiedi di T-Pain e se vuoi parlare di canne, chiami Wiz-Khalifa o addirittura Willie-Nelson. In “Doggumentary”, c’è di certo un sentito omaggio alla old school, a quel p-funk che ha dato tanto al rap, a quello della west coast in particolare. Snoop, è egli stesso un veterano della sua scena musicale e dunque in un certo senso, un po’ “old school”. E proprio il peso della sua statura “nel gioco” come lo chiamano loro, è evidente anche in quel numero che sembra spropositato di collaboratori. Snoop è ancora perfettamente in grado di fare il “g-funk” e farlo risultare moderno. Ne è la prova “The way life used to be” che arriva subito dopo “Toyz N Da Hood” e che ricorda il caro, vecchio Snoop Doggy Dogg nella G-Funk era. Se Nate Dogg avesse potuto partecipare, sarebbe stato perfetto. Ogni brano di questo album è un viaggio musicale dove non ci sono limiti di generi, generazioni e contaminazioni. C’è il funk, c’è il gangsta rap, c’è un segno d’approvazione verso un nuovo protagonista della scena come Wiz Khalifa che partecipa in “The weed iz mine”, c’è il porno di “Wet” (che pare sia stata scritta per l’addio al celibato del Principe William), c’è persino un po’ di reggae nella collaborazione con i Gorillaz di “Sumthin like this night” e c’è il country blues di “Superman” con Willie Nelson. In una parola, un disco eclettico. C’è un po’ di tutto per tutti, perché Snoop piace a tutti e lui da bravo entertainer, ci tiene a non scontentare nessuno. Nessun’altro avrebbe potuto permettersi il lusso di fare un album così. Nessuno d’altronde, avrebbe potuto concedersi un remix dance fatto da David Guetta senza temere ripercussioni.

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