«SO BEAUTIFUL OR SO WHAT - Paul Simon» la recensione di Rockol

Paul Simon - SO BEAUTIFUL OR SO WHAT - la recensione

Recensione del 13 apr 2011

La recensione

Con tutto il rispetto, e nonostante il suo status di "leggenda", Paul Simon non è Bob Dylan e neanche Mick Jagger. E forse non ce lo saremmo immaginato ancora capace di sfornare acute e fragranti canzoni pop a quasi settant’anni (li compie il 13 ottobre prossimo). Invece, tra alti e bassi e con qualche giustificabile diserzione, ha conservato la sua arte e persino la stessa voce di sempre: sottile, carezzevole, sussurrata, con quella cadenza e quell’accento da intellettuale ebreo-newyorkese. Miracoli del geronto-rock e dei suoi senatori, sospesi in un universo parallelo di eterna giovinezza che ha stravolto le regole del gioco nel music business poco dopo l’illusorio punto e a capo propugnato dal movimento punk. Così capita persino (lo hanno già scritto in molti) che all’età della pensione mr. Simon metta in circolazione uno dei suoi dischi migliori da molto tempo a questa parte (anche perché, diciamocelo francamente, le sue ultime prove erano state alquanto pallide e sbiadite), richiamando accanto a sé in sede di regia quella vecchia volpe di Phil Ramone come ai bei tempi di “Still crazy after all these years” (1975). Insieme, i due hanno confezionato un bell’album di sintesi, dosando una riuscita miscela tra le passioni doo wop e rock’n’roll dell’adolescenza di Paul, i suoi inizi da folk singer e la multicolore anima “world” esplorata da “Graceland” in poi. Alla sua non trascurabile età, qui Simon si interroga spesso sulla morte e sulla vita ultraterrena, stilando bilanci esistenziali e ponendo agli angeli e a Dio domande destinate a restare senza risposta. Lo fa, però, con humour, leggerezza e uno stato d’animo incline a una giocosa serenità: tanto che nelle primissime battute di “Getting ready for Christmas day” si ha come l’impressione di piombare in un party in pieno svolgimento, dove tutti ballano e la gradazione alcolica è già elevata. Non fosse che sullo sfondo scorrono i toni apocalittici del reverendo (e leggendario cantante gospel) J.M. Gates, campionati da un sermone autentico del 1941 cucito a regola d’arte nel tessuto della canzone. Succede, insomma, che a dispetto di un ritmo vivace e saltellante, questa non sia la solita canzone natalizia edulcorata e consolatoria. C’è una guerra incombente, e il cantante pensa a un nipote richiamato per la terza volta in Iraq, costretto a consumare il tradizionale tacchino in qualche angolo sperduto del Pakistan. Simon ricorda bene anche un’altra guerra, quella del Vietnam, e un reduce un po’ fulminato che lavora in un autolavaggio è il protagonista di “Rewrite”, afrobeat scandito dalle tonalità squillanti della kora maliana: metafora di chi, disilluso dalla propria esistenza, cerca di riscriverla assicurandosi un happy ending. Spiritualità e leggerezza, appunto. Prendete “The afterlife”, dove persino gli uomini importanti sono costretti a fare la fila ai cancelli del cielo, richiesti di compilare un modulo prima di potervi fare ingresso; mentre in “Question for the angels”, il testo più poetico e toccante della raccolta, l’autore segue il pellegrinaggio e le riflessioni esistenziali di un barbone dalle parti del ponte di Brooklyn. E’ questo atteggiamento pensoso ma non grave, riflessivo ma non ossessivo, la chiave del successo del disco. Insieme, ovviamente, alle sue accurate e intelligenti scelte musicali. Stavolta Simon è tornato all’antico, concependo le canzoni alla chitarra come ai tempi del suo apprendistato nei folk club londinesi dei primi anni Sessanta a fianco di Davy Graham e di Bert Jansch; ma poi vi ha infuso la sua matura sapienza, tanto che anche un breve frammento acustico come “Amulet” assume uno stile indefinibile e tutto suo. Accanto al leader, il trio di base include il batterista Jim Oblon e il chitarrista Vincent Nguini (niente basso, per lasciare più aria alla musica e agli strumenti). Ma lasciano impronte indelebili gli ospiti reali e virtuali di cui il disco è disseminato: il jazzista Gil Goldstein, autore di un fantastico arrangiamento d’archi in “Love and hard times”, ballata elegante, jazzata e cristallina con un pizzico di McCartney; musicisti indiani e un combo bluegrass americano in “Dazzling blue”, fluida e luminosa macchia d’azzurro dal ritmo irresistibile e un ritornello innocente come una filastrocca; l’armonicista blues Sonny Terry “catturato” in una registrazione vintage per “Love is eternal sacred light”; le tonanti voci gospel del Golden Gate Jubilee Quartet di “Love and blessings” (un altro sample audio recuperato dagli archivi storici, Paul fa uso in questo disco per la prima volta della tecnica del campionamento). Nel suo esemplare e originale sincretismo musicale, Simon mescola “Be bop a lula” e l’immagine di Jay-Z su un cartellone pubblicitario, il rockabilly della Sun Records (la chitarra elettrica di “Love is eternal sacred light”), l’autoharp appalachiano di “Questions for the angels”, il ritmo e gli umori delle township sudafricane (il riff di “Dazzling blue” e della title track, aperta da una cassa in quattro). Magari non ti scalda il cuore e non ti eccita i muscoli, non è mai stato il suo forte. Magari la sua musica è anche troppo eterea, a volte fin quasi al punto da evaporare. Ma nel suo home studio del Connecticut il settuagenario Simon stavolta ha fatto le cose per bene. “Mi piace ancora scrivere canzoni. E ancora di più mi piace registrare e fare dischi”, ha confessato recentemente all’Huffington Post. “So beautiful or so what” ne è una prova lampante e convincente.




(Alfredo Marziano)
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