«FREELANCE BUBBLEHEAD - 1000 Clowns» la recensione di Rockol

1000 Clowns - FREELANCE BUBBLEHEAD - la recensione

Recensione del 22 mag 1999

La recensione

Dal mondo dell’hip hop, solitamente popolato di gangsta’, magnaccia, bitches, denti d’oro e secchi dell’immondizia in fiamme, ecco qualcosa di diverso. 1000 clowns riportano in auge la lezione dei De La Soul, condendola con un po’ di sano nonsense pop e creando una formula che se potrà far sorridere i puristi integralisti dell’hip hop – per cui si fa parte dei movimento solo se se ne segue la regola – potrà far ballare e intrattenere con un certo gusto tutti gli altri, con singoli di sicuro traino come “Not the greatest rapper” e “Kitty kat Max”. Sbaglia comunque chi dovesse pensare che i 1000 clowns sono un gruppo di improvvisati, visto che a cucire le maglie di questo lavoro ci sono Carl Stephenson (Forest For The Trees, Beck), Mickey P (Beck, Dandy Warhols, Moby, Offspring), Danny Saber (Rolling Stones, Happy Mondays, Black Grape) e Mario Caldato (Beastie Boys). E i risultati si sentono in brani come “I love N.Y.” – un apparente controsenso con l’estrazione losangelina del gruppo e della sua folle musica -, “Favorite things” – citazione di un famoso standard jazz americano – “Would you be mine” e “Everybody smells so different” – dall’andamento quasi loureediano -, ma in generale tutto l’album è originale e ‘cool’, nel proporre una mistura disimpegnata e fortemente imparentata con certo black soul (Roy Ayers). Questo non impedisce a Kevi di scrivere testi di un certo spessore, come nel caso della conclusiva “Pretty liar”, canzone che affronta la tematica dell’Aids con dei riferimenti personali (suo padre è morto di Aids quando aveva 43 anni), e racconta la storia di una persona che non ha mai voluto parlarne fino alla fine, continuando a mentire a tutti. Un buon debutto, molto vitale e piacevole, capace di mettere in mostra tutto il talento che ci vuole per essere leggeri.
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