«SKINS - Buffalo Tom» la recensione di Rockol

Buffalo Tom - SKINS - la recensione

Recensione del 07 mar 2011 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Qualche tempo fa, una casa editrice italiana pubblicò un bel libro, una guida a “Exile on main street” dei Rolling Stones, l’autore era Bill Janovitz, di cui si diceva sul retro di copertina che “è nato a Boston, dove vive e suona come chitarrista con la sua band. Scrive per il sito internet All Music Guide”. Una svista, un'omissione che la dice lunga sulla considerazione e il riconoscimento che quella band, i Buffalo Tom hanno in Italia e non solo. Janovitz adesso fa l’agente immobiliare, si definisce “Part time man of rock” -Questo è il titolo del suo blog, dove racconta storie e pubblica cover acustiche. E poi, ogni tanto rispolvera la sua vecchia band, i Buffalo Tom. “Skins” è il primo disco a quattro anni da "Three easy pieces" del 2007, il quale a sua volta arrivava a nove anni dal precedente "Smitten". Eppure i Buffalo Tom sono in giro dagli anni ’80, hanno fatto parte di quella scena che ci ha regalato i Pixies e i a href="http://www.rockol.it/artista/Dinosaur">Dinosaur. Jr. E’ un disco più a fuoco del precedente, anche se la formula non cambia e forse oggi può apparire demodé: alt-rock, più rock che “alt”. I Buffalo Tom sono sempre stati meno intellettuali, meno ricercati e più schietti dei loro colleghi bostoniani, e questa era la loro forza: canzoni dritte, come “Lost weekend”, mid-tempo come “Arise, watch”, ballate come “The hawks & the sparrows”.
“Skins” è un disco che forse non aggiunge niente e non toglie niente né alla discografia del gruppo né al rock americano. Però è un signor disco, il migliore della discografia recente del gruppo, anche meglio di "Smitten". E’ un disco da ascoltare se vi piace il genere, e anche se non ne siete appassionati: gran bel rock, insomma. Niente di più e niente di meno, e scusate se è poco.

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