«THE PEOPLE'S KEY - Bright Eyes» la recensione di Rockol

Bright Eyes - THE PEOPLE'S KEY - la recensione

Recensione del 14 feb 2011

La recensione

NPR lo incensa, la Bbc lo stronca. “The people’s key”, ottavo e forse ultimo album di Bright Eyes, polarizza le opinioni. E se (come chi scrive) tre anni fa vi eravate entusiasmati per “Cassadaga”, non è detto che questo disco sortisca lo stesso effetto. In una intervista rilasciata a Billboard, Conor Oberst, ideatore e depositario unico del marchio, ha spiegato bene dove voleva andare a parare: “Non ne potevo più di quella robaccia (“shit”) rootsy in stile Americana. Così ho cercato di tenermene a debita distanza”. Ci è perfettamente riuscito, se questa era l’intenzione: concettualmente e tematicamente simili, nel loro voler sondare il versante spirituale, esoterico e occulto dell’esperienza umana, le due opere sono musicalmente distantissime. Via le pedal steel, i mandolini e i violini, largo ai beat elettronici, ai distorsori e ai sintetizzatori. Una sorpresa, sì. Ma non bisogna dimenticare che di tempo ne è passato, dall’album precedente, e che Conor, trentenne inquieto e a suo modo iconoclasta, non è rimasto al palo: dischi solisti, la Mystic Valley Band, il supergruppo indie (i Monsters of Folk) formato con altre due belle teste come M.Ward e Jim James dei My Morning Jacket. Messi in cantina l’alt.country e il folk revival, i Bright Eyes ultimo modello – ridotti sostanzialmente al nocciolo duro di Oberst, il polistrumentista (e produttore) Mike Mogis e il tastierista Nate Walcott – somigliano più a un gruppo new wave inglese che a Gram Parsons, questo è sicuro. Ma con un carattere eccentrico, una sottile vena di follia da America profonda: come in certi dischi dei Talking Heads o in certi film dei fratelli Coen; e se di Americana si può ancora parlare, come ha scritto il recensore Bbc Lewis G. Parker, si tratta di una “Americana allucinata”. L’incipit è contemporaneamente familiare e sconcertante. Come in ogni disco dei Bright Eyes, si tratta di una lunga e bizzarra introduzione che lascia all’ascoltatore il tempo di sintonizzarsi prima di farsi risucchiare nella vertigine del disco: due minuti e venticinque secondi di parlato affidati a uno stagionato musicista-predicatore texano, Denny Brewer dei Refried Ice Cream, incontrato per caso in studio di registrazione e che qui farnetica a ruota libera di Genesi e tavole sumere, di Einstein e di Tesla, di Quarta Dimensione e di alieni rettiliformi che avrebbero disseminato il male sul nostro pianeta nella notte dei tempi…E’ solo l’inizio, perché la voce di Brewer riaffiora in tutto il disco e lo chiude su una nota di speranza esortando l’umanità a praticare tolleranza e misericordia. Ci crede, Oberst, o gli interessa creare un mood? L’interrogativo resta sospeso nell’aria, e salva “The people’s key” dal pericolo di diventare uno stralunato sermone in musica. Anche perché dopo l’intro di “Firewall”, sette minuti e quindici di musica onirica e minacciosa, maestosa e a tutto schermo, la materia musicale che decide di plasmare, stavolta, è composta prevalentemente da elementi pop: un pop rock moderno e sintetico, percussivo e a tratti danzabile, secco e nervoso, che ha nella voce del cantautore – vibrante, sofferta e tremolante come da copione – uno dei pochi trait d’union con il recente passato. L’esempio migliore del nuovo corso è forse proprio il singolo “Shell games”, un sinfopop a ritmo battente che non risparmia nessun colore della tavolozza; sincopi di chitarra elettrica, svolazzi d’archi e folate di synth per dipingere un quadro di “suoni distorti, fatti distorti” come Conor canta nel testo. Nella successiva “Jejune stars”, dall’attacco ancora più tagliente e aggressivo, l’ineffabile Brewer ci ricorda che “le sillabe sono frequenze” e la testa comincia un po’ a girare. Anche perché nel suo sforzo di ecumenismo Oberst affastella disordinatamente citazioni di Gesù, del Buddha e del Rastafarianesimo, intitolando una canzone ad Hailé Selassié (1892-1975), il sovrano etiope che in Giamaica venne salutato come il Cristo reincarnato. Ma il reggae non c’entra: qui e altrove sono ancora le chitarre e l’elettronica a disegnare il perimetro sonoro. E il problema non è tanto l’inattesa metamorfosi di Bright Eyes (l’ultimo Iron and Wine, lui pure folgorato sulla via dell’electro-pop, insegna) ma la qualità complessiva del materiale: nessuna canzone, ai primi ascolti, sembra avere la statura del brano memorabile anche se ad Oberst bisogna riconoscere quantomeno il merito di seguira una sua strada senza scimmiottare nessuno. Suona spiritato ed elettrizzato, Conor, nell’esuberanza immediata di “Triple spiral” e nella filastrocca space pop di “One for you, one for me”. Ma il meglio lo riserva alle ballate, da sempre il suo forte: straniate e malinconiche come “Approximated sunlight” (inzuppata in effetti e voci lievemente dissonanti), vagamente rétro e danzanti come “A machine spiritual (In the people’s key)”, minimali come il piano e voce (e poco altro) di “Ladder song”. Dopo “Cassadaga” ci si aspettavano da lui nuovi balzi d’ispirazione, nuove avventure soniche. Così è stato, ma la domanda resta: non si è spinto troppo in là, questa volta? Non è diventato troppo autoindulgente? “Ho già visto succedere cose strane, prima d’ora”, canta in “Haile Selassie” implicitamente invitando l’ascoltatore ad aprire mente e orecchie. Ma è il cuore, stavolta, che sembra restarse in seconda linea. E “The people’s key”, a dispetto del suo alone magico, non sembra un disco da cui è facile lasciarsi trasportare.

“Firewall”
“Shell games”
“Jejune stars”
“Approximated sunlight”
“Haile Selassie”
“A machine spiritual (In the people’s key”)
“Triple spiral”
“Beginner’s mind”
“Ladder song”
“One for you, one for me”
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