«THE PARTY AIN'T OVER - Wanda Jackson» la recensione di Rockol

Wanda Jackson - THE PARTY AIN'T OVER - la recensione

Recensione del 31 gen 2011

La recensione

Con lo stesso entusiasmo infantile di Quentin Tarantino quando si imbatte in qualche suo mito giovanile, Jack White va a caccia di stelle dimenticate della American Music da far brillare nel nuovo millennio. Wanda Jackson, prima e autentica regina del rockabilly da tempo confinata nei circuiti del revival, come prima di lei la star del country Loretta Lynn (che grazie all’album “Van Lear rose ”, prodotto dal signor White Stripes, si è aggiudicata un Grammy e ha riconquistato un posto nell’immaginario collettivo). Le intenzioni sono analoghe: non snaturare l’identità artistica della protetta di turno, badando piuttosto a “rinfrescare il suono e il repertorio”. Anche se tra lui e la Wanda, gagliarda settantatreenne, passano trentotto anni di differenza e certo Jack non ne ha vissuto in diretta l’apoteosi anni Cinquanta, quando miss Jackson impazzava con hits come “Let’s have a party” e “Fujiyama mama” (numero uno in Giappone, ovviamente) e faceva perdere la testa persino ad Elvis. I due, però, si somigliano: rocker autentici dai contorni fumettistici e cinematografici, icone sospese tra realtà e fantasia che vivono in un mondo in bianco, rosso e nero (guardatevi le foto della signora che si fa smaltare le unghie dal parrucchiere, o mollemente adagiata sul sedile posteriore di quella che immaginiamo essere una limousine). Insieme hanno scelto le canzoni, e solo in un’occasione la Jackson ha avuto un sussulto: quando il suo giovane mentore le ha suggerito di provare “You know I’m no good” della bad girl dei nostri giorni Amy Winehouse. Troppo giovanilista, troppo fresco nella memoria dei tanti che hanno comprato, duplicato o orecchiato il popolarissimo “Back to black ”? Ma no, Wanda vince la scommessa, la sua lettura è più ironica e purgata di qualche parolaccia anche se poi l’arrangiamento rimane piuttosto simile all’originale. Bisogna abituarsi un po’, a quella sua vocetta stridula e sottile che gratta le alte frequenze soprattutto nei pezzi veloci, e che White immerge in un bagno di echi e di riverberi nello splendore del “full dimensional stereo”. Ma il repertorio – tutte cover, tutti brani conosciuti – aiuta, e così la Third Man Band, formazione deluxe con chitarre, ottoni e tutto il resto allestita per l’occasione con il rinforzo di un My Morning Jacket (Carl Broemel, pedal steel) e due Raconteurs (Patrick Keeler e Jack Lawrence, quest’ultimo anche nei Dead Weather) L’altro grande colpo di teatro è “Thunder on the mountain” che Bob Dylan in persona ha consigliato alla “bomba atomica in rossetto” (ipse dixit). White aumenta il tasso rockabilly del bluesaccio di “Modern times” dando sfogo alle sue voglie d’orchestra e di chitarra solista, mentre Wanda (il cui timbro gracchiante fa il paio con quello del maestro di Duluth) su e giù per il Tennessee insegue Jerry Lee Lewis invece che Alicia Keys. Il kitsch non li spaventa, ed ecco una rivisitazione poco alcol e molte bollicine di “Rum and Coca Cola”, il calypso anni Quaranta delle Andrew Sisters che i lettori meno giovani ricorderanno come sigla de “L’altra domenica” di Arbore nell’interpretazione delle Sorelle Bandiera (in realtà la cantava un trio di ragazze, le Baba Yaga). E nemmeno il sentimentalismo delle De Castro Sisters cubane (è roba loro, anno di grazia 1954, la ballatona “Teach me tonight”) che Wanda ha scelto personalmente per il disco. Troppe sdolcinature? Non preoccupatevi, potete rifarvi con i ritmi bollenti di Little Richard (“Rip it up”), Eddie Cochran (una sussultante “Nervous Breakdown”) e Johnny Kidd & the Pirates (il riff assassino di “Shakin’ all over”, che gli Who rinverdirono nel leggendario “Live at Leeds”): e capirete da dove arrivano Poison Ivy dei Cramps e tante altre eroine rock con la chitarra a tracolla capaci di farsi largo in un mondo maschilista come il rock. Tanto per dimostrare che la stagionata rocker non ha un solo profilo buono, ecco il bel country fuorilegge di Harlan Howard (“Busted”, già nel repertorio di Johnny Cash) e il country tinto do gospel di Kitty Wells (“Dust on the bible”). Sull’omaggio presleyano di “Like a baby”, r&b scaldato da barriti di tromba e muggiti di sax, ha insistito la stessa Jackson, e sua è anche la scelta di reinterpretare il celeberrimo “Blue yodel # 6” di Jimmie Rodgers, insegnatole dal papà quand’era bambina: il gorgheggio è impeccabile, il semplice arrangiamento per sola voce, chitarra acustica e tamburello un degno, toccante epilogo al disco. Che non è un capolavoro, intendiamoci. Piuttosto – appunto – un “party record” di sapore vintage che fa pensare a notti torride al night club e intanto impartisce una simpatica lezioncina di storia musicale riportando in auge un’artista ancora in palla che non vuole starsene rinchiusa in un museo. Appena in ritardo, peccato, per concorrere al titolo di “resurrezione” del decennio nel referendum “10” di Rockol, accanto alla Lynn. Entrambe sanno chi ringraziare.




(Alfredo Marziano)
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