«INNERSPEAKER - Tame Impala» la recensione di Rockol

Tame Impala - INNERSPEAKER - la recensione

Recensione del 31 gen 2011 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Perchè scrivere a fine gennaio 2011 di un disco uscito il 21 maggio del 2010? Per motivi molto semplici: perchè “Innerspeaker” è un gran bel disco, perchè la fama dei suoi “genitori” continua a crescere giorno dopo giorno e per recitare una sorta di mea culpa per non averlo scoperto prima.
Eccoci quindi a raccontare chi sono i Tame Impala, quattro ragazzi di Perth (Australia) che da quando è uscito il loro primo disco ufficiale hanno calcato i palchi di festival prestigiosi (tra cui Reading e V Festival), accompagnato in tour una band musicalmente vicina a loro come gli MGMT e ricevuto applausi da tutto il globo musicale indipendente. La mente di questo progetto si chiama Kevin Parker, 24enne, musicista completamente immerso nel suo mondo: oltre ai Tame Impala collabora con numerosi altri gruppi della sua città, dove pare si sia creata una sorta di scena dedicata al rock psichedelico e sperimentale.
Il debutto arriva nel 2008 con l'EP “Antares mira sun”, cinque brani che attirano l'attenzione degli appassionati di suoni lisergici e caleidoscopici dell'era hippy. Episodi forse ancora un po' troppo acerbi per fare il grande salto. L'etichetta Modular (la stessa di Wolfmother e Cut Copy, tanto per fare due nomi) crede fortemente in Parker e nella sua mente colorata ed in continuo fermento: così, dopo che il ragazzo ed i suoi tre discepoli si chiudono a registrare in una casa di legno immersa nella campagna della loro Perth, ecco arrivare in loro soccorso due nomi già autori di grandi produzioni in quell'ambito. Come ingegnere del suono c'è Tim Holmes dei Death in Vegas, mentre al mixer troviamo Dave Fridmann, già membro esterno per band come Flaming Lips e Mercury Rev e produttore per MGMT e Low.
“Innerspeaker”, il cui titolo è una sorta di elogio all'introspezione, è un disco compatto, seppur con diverse sfumature al suo interno. Le colonne portanti, come si accennava sopra, sono quel sound inzuppato di chitarre lisergiche anni Sessanta, di suoni psycho-rock che hanno fatto viaggiare le menti di un'intera generazione. Un revival, quindi? Non proprio. L'ingrediente che rende il tutto più interessante e fruibile è un azzeccato tocco pop che pervade buona parte del disco, giusto un pizzico, insomma non al livello del fenomeno hipster (e amici dei Tame) MGMT. In tal senso gli episodi più significativi sono indubbiamente “Alter ego” e “Solitude is bliss”, canzoni con una struttura molto più lineare e “classica” rispetto invece a cavalcate acide come “Jeremy's storm” e “The bold arrow of time”, quest'ultima uscita direttamente dal prato di Woodstock nel 1969.
L'iniziale “It's not meant to be”, ma soprattutto “Expectation” e “I don't really mind” suonano come se i Beatles si fossero trasferiti per sempre in India, lasciando divagare le loro menti pop in lungo e in largo, mentre episodi come “Desire be desire go” e “Lucidity” sono la parte più rock e veloce del disco.
Insomma, “Innerspeaker” è un disco da prendere e gustare tutto d'un fiato, per fare un salto indietro al tempo dei freak, all'epoca in cui la psichedelia e la ricerca di stati riflessivi interiori erano visti come una ragione di vita, ma anche per capire come i dischi che si trovano nella collezione dello zio possano essere riletti con grande stile nell'anno domini 2010.

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