«SOUNDS OF VIOLENCE - Onslaught» la recensione di Rockol

Onslaught - SOUNDS OF VIOLENCE - la recensione

Recensione del 31 gen 2011 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Il potere ancestrale, quasi sciamanico, del thrash metal primigenio - quello, diciamo, che cronologicamente proliferò nell'arco 1983-1986 - è qualcosa di innegabile. È musica (nonostante i detrattori si rifiutino di adoperare questo termine per definirlo) animalesca, che esaspera e acuisce le sensazioni più occulte della psiche umana, andando a pescare nei cunicoli oscuri in cui si annidano violenza, istinto e aggressività. Pulsioni elementari che spaventano nel loro manifestarsi, perché difficili da imbrigliare nelle gabbie del raziocinio.
Il nuovo lavoro dei britannici Onslaught (veterani di quella scena musicale, ma con soli quattro album precedenti alle spalle) è un esempio perfetto di quanto spiegato poco sopra. Superato il lieve ostacolo dell'intro, non particolarmente interessante, la sensazione è quella di aver erroneamente stappato il proverbiale vaso di Pandora; ci si aspetta un disco di sciapo metallo rifritto e stracotto, opera di reduci imbolsiti con qualche rata del mutuo da pagare, e invece ci si trova davanti a un'arma letale capace di combinare guerra chimica e psicologica in 10 brani.
È una specie di resurrezione del male, questo "Sounds of violence"; pensate a un Lazzaro zombie che si fa largo a colpi di martello pneumatico e motosega tra la folla convenuta per assistere allo spettacolo biblico: è sicuramente un'immagine che si avvicina al tipo di esperienza che il thrash tagliente e muscolare degli Onslaught targati 2011 offre. Si ritorna ai fasti degli esordi ("Power from hell" e "The force", rispettivamente del 1985 e 1986), ma con un bagaglio tecnico enormemente accresciuto, per cui non occorre più giustificare ingenuità o scivoloni, ma solo parare i colpi o - alternativamente - abbandonarsi al massacro.
Il riff-e-rama del sound Bay Area, ma anche l'impatto di Slayer e Dark Angel sono i più immediati termini di paragone; si vola alto, dunque, ma non si casca. È poco ma sicuro. Ci sono le accelerazioni e le cavalcate di doppia cassa, ma anche i brani lenti, evocativi di visioni apocalittiche e opprimenti - come il miglior thrash, quello che ha fatto storia, esige. C'è la ricerca dell'articolazione nei brani, che si snodano per minutaggi mai troppo esigui. E soprattutto c'è un gusto particolare nello scovare riff di chitarra ipnotici e assolutamente amelodici: mulinelli che si arpionano alla corteccia cerebrale e non lasciano scampo. Ma provate a canticchiarne uno, se ci riuscite...
Paradossalmente gli Onslaught sono più thrash ora, a un quarto di secolo di distanza, di quanto non lo fossero prima; e a ben pensarci è una specie di magia, una di quelle in grado di farti sentire come quando, a 16 anni, arrivava il sabato pomeriggio ed eri felice perché il giorno dopo non si andava a scuola, e bastava il disco giusto per cambiare faccia al mondo.
Un bel ritorno e magari, chissà, è la volta buona che gli Onslaught usciranno dalla nicchia per cultori, andando a occupare il posto che spetta loro nell'olimpo del thrash.

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