«HARDCORE WILL NEVER DIE, BUT YOU WILL - Mogwai» la recensione di Rockol

Mogwai - HARDCORE WILL NEVER DIE, BUT YOU WILL - la recensione

Recensione del 31 gen 2011 a cura di Marco Jeannin

La recensione

La chiave di lettura di “Hardcore will never die, but you will”, settimo album in casa Mogwai, sta tutta nella copertina. La fotografia è opera di Antony Crook, e ritrae uno scorcio di città: palazzi, strade, automobili, un lembo di parco e la costa in lontananza. Una scena contemporanea di vita metropolitana. Per quanto si possa pensare ai Mogwai ancora come alla band di “Young team” - per chi non ne fosse al corrente “Young team”, il disco d’esordio dei Mogwai, è considerato praticamente il “Nevermind” del post rock – e quindi ricoperta di quell’alone di misticismo che è proprio delle band seminali e via discorrendo, i nostri sono di base cinque ragazzi scozzesi un po’ burberi, amanti del calcio e della birra, appassionati di fumetti di Batman (in quanto unico supereroe senza superpoteri) e troppo pigri per decidere di trovare un nome alla band che avesse un significato ben preciso (i mogwai non sono altro che le creature del film Gremlins di Joe Dante, un nome tuttora provvisorio che la band non si è mai presa la briga di cambiare). Se chiedete ai Mogwai che cosa pensano di loro stessi e della loro musica vi diranno che al contrario di molti, loro non si considerano degli artisti o degli intellettuali, e che l’unica cosa che conta è fare musica per divertirsi e sfogarsi. Ora, immaginatevi cinque scozzesi tutt’altro che raffinati a un ricevimento in un attico di Manhattan. “Hardcore will never die”, in altre parole, nasce da questo confronto con l’esterno, la “città” e modi nuovi di fare (musica), e arriva dopo un cammino che ha portato la band “tutto silenzi e accelerazioni” dei primi tempi, quella della musica triste e delle suite interminabili, a pubblicare un album con dieci pezzi di presa immediata e di cui solo tre sopra i sei minuti. Eresia? In realtà a pensarci bene “Hardcore will never die” è un disco quasi ovvio, che affonda le proprie radici nei suoi predecessori in ordine strettamente cronologico. I Mogwai si stanno liberando del post rock più tradizionale fatto di lunghe tirate che alternano momenti di quiete estrema ad altri di furia elettrica sfrenata, per abbracciare una forma canzone più tradizionale. Un’operazione già tentata nell’ottimo “Mr. Beast” del 2006 (“Friend of the night” e “Travel is dangerous”) così come nel recente “The hawk is howling” (“the sun smells too loud”). “Hardcore will never die” è una via di mezzo tra questi ultimi due, un po’ meno cupo di “The hawk is howling” e palesemente più sperimentale di “Mr. Beast”. “White noise” apre il disco in maniera sostanzialmente tradizionale. Melodia di base su cui lentamente si innestano una serie sempre crescente di elementi. “Mexican gran prix” è uno dei pochi pezzi cantati del repertorio della band. La voce è modulata, la melodia si regge su un loop sintetico che anche qui va arricchendosi di elementi fino al culmine finale. La velocità si mantiene costante e sostenuta dall’inizio alla fine, in barba ai saliscendi ritmici dei primi tempi. “Rano pano”, “Death rays” e “San Pedro” proseguono sulla falsa riga delle due precedenti, abbandonando però le velleità più sintetiche per riprendere la strada elettrica. Pezzi studiati per ottenere il massimo in versione live, concetto che bene o male è fondamento del disco: i Mogwai sono innanzitutto una live band e i dischi sono concepiti quasi esclusivamente in questa ottica. “Letters to the metro” riprende un po’ lo stile delle ballate più rilassate dei tempi di “Happy songs for happy people” senza però raggiungere gli stessi livelli di intensità. In “George square Thatcher death party” ritorna la voce (sempre modulata) in quello che probabilmente è il pezzo più trascurabile del disco, un divertimento senza pretese che fa il paio con “Mexican gran prix”. La tripletta finale invece è quella che riserva le cose migliori. “How to be a werewolf” è accompagnata da un cortometraggio/video bellissimo di Antony Crook (lo stesso della foto di copertina) intitolato “Thirty Century Man”. Il pezzo è una chicca e rappresenta al meglio il nuovo concetto di canzone secondo la band di Glasgow: diretto, pesante, incalzante. La progressione non è più un delicato crescendo d’intensità, quanto un accumularsi di complementi che s’incastrano l’uno sull’altro. “Too racing too cheers” riprende con “San Pedro” il discorso interrotto con la meravigliosa “The precipice” (pezzo conclusivo del precedente “The hawk is howling”), mentre “You’re Lionel Richie” chiude il disco alla maniera dei “vecchi” Mogwai. Inizio lento (con intro parlata in italiano), dilatazione progressiva fino all’esplosione finale. Non è un caso che questo sia l’unico episodio di oltre otto minuti: sotto sotto la band è ancora quella di un tempo, e come ci si diverte con il nuovo, è bello anche tornare al vecchio anche solo per un pezzo. Ci sono dunque tante cose che emergono da “Hardcore will never die”. La più evidente è che i Mogwai con calma e imperterriti stanno svoltando verso un nuovo modo di intendere il post rock, proseguendo un discorso iniziato almeno cinque anni fa e che ha tutta l’aria di voler continuare. Può piacere o no, ma il bello dei Mogwai è che per loro questo non ha la minima importanza, almeno finché si divertono a stare su un palco. Noi, oltre che con un buon disco, continueremo a farlo con questi titoli geniali.

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