«ALL YOU NEED IS NOW - Duran Duran» la recensione di Rockol

Duran Duran - ALL YOU NEED IS NOW - la recensione

Recensione del 21 dic 2010

La recensione

“Mark Ronson salva i Duran Duran!”, strillava il tabloid britannico Daily Star lo scorso 17 dicembre, riportando il sunto di una chiacchierata con Roger Taylor. In effetti, il produttore preferito da Amy Winehouse sembra essere riuscito dove avevano fallito Timbaland e Justin Timberlake , incapaci di evitare un malinconico naufragio all’album precedente, “Red carpet massacre”, goffo tentativo degli (ex) wild boys di darsi una rinfrescata inseguendo i suoni più à la page. Ronson, amante dei pastiche e gran rimestatore di suoni, è uno stilista molto cool che ama confezionare sbarazzini e modernissimi prêt-à-porter musicali rovistando negli armadi alla ricerca di scampoli vintage (prestate orecchio al suo acclamato album di tre anni fa, “Version”, e alle sue produzioni per la Winehouse), e per questo progetto aveva in mente tutt’altro: riavvolgere indietro il nastro e stopparlo al 1983 (quando lui aveva otto anni) per assemblare una sorta di “figlio di Rio”, come questo disco è già stato da taluni battezzato. Obiettivo raggiunto? Più o meno, anche se ai primi ascolti è difficile intercettare il pezzo killer capace di riportare i quattro sopravvissuti al centro della mappa musicale com’è riuscito recentemente ai più giovani Take That (ma decisamente meno ai contemporanei e sempiterni amici/rivali Spandau Ballet). Insomma: non sussistono forse le condizioni storiche e ambientali perché “Leave a light on” diventi una nuova “Save a prayer”, anche se la ballad di punta di “All you need is now” sfoggia un sapore antico, un bel ricamino di chitarre acustiche e un Simon Le Bon fresco come una rosa (sempre che non si tratti di accorto maquillage di studio). L’altra sponda melodica del disco è la conclusiva “Before the rain”, umore plumbeo-malinconico, viole e violini in una dimensione da “pop da camera” ; per il resto – annusata l’aria del mainstream contemporaneo nuovamente molto incline al danzereccio – produttore e band puntano molto sul ritmo, sull’energia (insospettabile) dei nostri, sulla voglia di far ballare e di scaldare anime e corpi nei concerti che seguiranno la pubblicazione (per ora solo su iTunes; l’edizione in Cd uscirà a febbraio ma conterrà tre pezzi in più). Tocca alla title track, nonché singolo e brano di apertura, mettere le cose in chiaro usando le maniere forti: l’intro sintetico di “All you need is now” è il riff più duro, cattivo (quasi alla Prodigy!) e intransigente della collezione, e magari avrà pure spiazzato qualcuno: ma niente paura, il mini shock dura giusto una manciata di secondi perché nel ritornello i DD tornano a essere loro, melodicamente confortanti e riconoscibili, e Simon si incarica di riportare tutto a casa. Clubbers e dj avranno altro pane per i loro denti, in un set opportunamente succinto (meno di 40 minuti) e scoppiettante. Per esempio gli “ooh ooh” ritmatissimi di “Blame the machines”, la cavalcata al galoppo (con una punta di spaghetti western) di “Being followed” o il festival percussivo di “Girl panic!” (che gli esperti hanno già apparentato, non solo nel titolo, alla “classica” “Girls on film”), dove Ronson dispiega la sua sapienza e il suo credo: mixando la techno alle chitarre elettriche, la dance music a qualche selezionato riff indie rock, le macchine all’analogico, lo stridore dell’elettronica al calore della disco. La buona notizia, per i fan della prima ora, è che i DD sembrano tornati a divertirsi e sembrano molto più convinti di se stessi di quanto fossero stati nel recente passato, e anche gli “special guests” stavolta non li sovrastano né li portano fuori strada. In “The man who stole a leopard”, non una delle cose più a fuoco del disco, la pantera Kelis guaisce mansueta in sottofondo dispensando giusto un’ombra di r&b prima che il pezzo sfumi sull’onda di violini, sfrigolii di vinile e il parlato di un (finto?) notiziario. Mentre Ana Matronic in licenza dagli Scissor Sisters è quel che ci vuole per “Safe (In the heat of the moment)”, dove la giunonica rossa rappa e canta adagiandosi mollemente su un basso superfunky da febbre del sabato sera. L’umore è decisamente “up”, il suono tende spesso al pirotecnico, e se il kitsch è sempre dietro l’angolo per i Duran non è certo una novità. Sarà un successo? Chi può dirlo, i nostalgici dei DD anni ‘80 stanno già rispondendo positivamente ma sicuramente si sono assottigliati di numero: Lady Diana non c’è più e chissà se Clizia Gurrado lo sposerebbe ancora, Simon Le Bon. Quanto a me, l’ho già scritto altre volte e qui mi ripeto: negli ‘80 stavo dall’altra parte della barricata, contro i “pretty boys” di cui cantava Joe Jackson in “Beat crazy” e a fianco di Smiths, Style Council e Billy Bragg (l’ala responsabile e radicale del pop inglese). Oggi, complice la nostalgia canaglia, guardo ai Duran con una insospettabile punta di simpatia, trovandomi sotto sotto a parteggiare per loro.



(Alfredo Marziano)
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