«THE WORLD IS YOURS - Motorhead» la recensione di Rockol

Motorhead - THE WORLD IS YOURS - la recensione

Recensione del 15 dic 2010 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Perdonami Lemmy, perché ho molto peccato.
Da mesi mi maceravo nel timore di aprire la confezione di "The wörld is yours" ed essere assalito da una zaffata di aria stantia, come quando entri in una casa di riposo comunale in pieno agosto. E invece - nonostante l'anagrafe remi potentemente contro ed evochi vivissime immagini geriatriche - i Motörhead non hanno mollato. Anzi, con questo ventesimo (sì, caspita, avete letto bene) album in studio confermano di essere ancora in grado di far pompare un po' di adrenalina anche dalle ghiandole surrenali del fan più cinico e nostalgico - ossia la categoria notoriamente più difficile, quelli del "certo i primi dischi erano i migliori" (il sottoscritto vanta una tessera d'iscrizione pluridecennale a suddetto club, sia ben chiaro).
Lemmy, Phil Campbell e Mikkey Dee picchiano duro, fedeli a se stessi, e non fanno compromessi; i pochi a cui la band ha ceduto nel corso di questi 35 anni sono ormai acqua passata e, comunque, non sono mai andati oltre una certa modernizzazione dei suoni, perché la sostanza dei Motörhead è difficilmente plasmabile - ed è meglio non forzare le cose. In "The wörld is yours", oltretutto, è stata palesemente scelta la strada dell'intransigenza monolitica, evitando accuratamente episodi d'atmosfera (ossia le famose ballate al vetriolo che solo Lemmy sa scrivere e interpretare): qui troviamo 10 pezzi duri e puri, carichi, senza concessioni; chissà, forse è proprio questo l'unico vero scivolone che la band prende... non riesco a togliermi dalla mente che l'album, sfrondato della traccia d'apertura che suona come una cover dei Motörhead (a partire dal titolo: "Born to lose", un riciclaggio dell'antica "Iron horse/Born to lose"), avrebbe potuto ospitare con grande godimento di tutti un bel pezzaccio del tenore - ad esempio - della struggente "God was never on your side" (in "Kiss of death" del 2006).
Scendendo leggermente più nel dettaglio, dalla mescola lavica dell'album emergono - ma senza nulla togliere alle altre composizioni - in particolare tre brani. "Get back in line", che è forse la gemma del lotto e non per nulla è stata scelta come singolo: un bel rock'n'roll pachidermico, con quel piglio metal-punk che da sempre rende i Motörhead unici. "Devils in my head", un inno stradaiolo, dall'atmosfera on the road, roba che fa venir voglia di Harley Davidson, highway deserte dell'Arizona e Jack Daniel's come se piovesse - e state sicuri che vi troverete a cantare il ritornello da subito. Infine la canzone che non poteva mancare, ossia la celebrazione di rigore del rock e dello stile di vita che comporta; è intitolata, molto semplicemente, "Rock'n'roll music" e si snoda lungo 4':20'' in cui Lemmy - su un tappeto sonoro molto hard anni Settanta - snocciola il Bignami del rocker incallito, con perle del calibro di: "Il rock può risvegliare i morti e sai che è vero quando lo senti che ti riempie la testa. Ricordati quello che dico, non ti sembrerà di averne mai abbastanza. Quando la band è in tour, ti salvi l'anima". Cose che suonano effettivamente banali e sciocche se le dico io o chiunque altro... ma in bocca a Lemmy diventano Verbo, saggezza e leggenda.
Una menzione merita anche - a margine - la modalità di distribuzione che la band ha scelto per "The wörld is yours", che nel Regno Unito è praticamente autoprodotto ed esce in allegato alla mitica rivista Classic Rock; una scelta coraggiosa, che indica una volontà di cercare nuove modalità di gestione del gruppo, oltre che di superare alcuni schemi di business in crisi da tempo immemore.
Chi ha dubitato di Lemmy, insomma, si è sbagliato della grossa anche questa volta. E c'è solo da sperare che Sua Eccellenza sia disposto a perdonare i peccatori...

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