«BLACK DUB - Black Dub» la recensione di Rockol

Black Dub - BLACK DUB - la recensione

Recensione del 02 nov 2010 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

E’ la maledizione dei produttori. C’è chi li ritiene persino più importanti dei musicisti, visto come alcuni di loro – i più bravi, ovviamente - sanno mettere la loro impronta sulla musica altrui. Ma quando hanno aspirazioni da musicisti, non riescono ad ottenere gli stessi riscontri e gli stessi riconoscimenti.
Potrebbe essere, anzi è la storia di Daniel Lanois: l’uomo che ha segnato indelebilmente il sound di U2, Bob Dylan e recentemente anche di Neil Young. Ha una ormai lunga carriera da solista, in cui ha esercitato e cantato quel suono stratificato di cui è maestro, e che ha raccontato perfettamente in ”Here is what is” , splendido documentario uscito in DVD tre anni fa. Che fosse la volta buona che gli si dia quel che merita come autore? I Black Dub sono il suo nuovo progetto, un gruppo fondato assime a Trixie Whitley (figlia del compianto Chris) alla voce, Brian Blade alla batteria e Daryl Johnson al basso. Il nome della band è un termine di quelli che in critica letteraria verrebbe definito “rematico”, ovvero descrive letteralmente la forma del tes– un po’ come certe canzoni dei R.E.M., per intenderci: “Country feedback” (dove c’è effettivamente quella musica, ma con quell’effetto) o “E-Bow the letter” (una lettera, musicata con quell’effetto di chitarra). Così nella musica dei Black Dub ci sono sonorità scure, legate al blues. E c’è del Dub, inteso nel senso più ampio del termine, non soltanto legato al reggae: ovvero la manipolazione e la stratificazione di suoni. C’è il marchio di Lanois, quindi: e per esempio nel suono delle chitarre ci sono diversi echi del suono riverberato e messo in loop tipico degli U2. Ma c’è anche un lavoro sulla ritmica notevole, frutto dell’esperienza di Johnson e Blade, musicisti con un curriculum legato al jazz. La voce della Whitley è sensuale, decisamente più forte di quella un po’ fragile di Lanois, che funziona meglio come contrappunto. Ma il risultato complessivo è di un suono profondo, originale, che supporta belle canzoni come “I believe in you” (questa pesca sì dal mondo del reggae).
Insomma: davvero un ottimo disco. Se vi piace il sound di Lanois, questo disco è da avere assolutamente, assieme all’altro piccolo gioiello che ha prodotto ultimamente, la colonna sonora di “Here is what is”, di cui si parlava prima.

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