Recensioni / 02 nov 2010

Zucchero - CHOCABECK - la recensione

Voto Rockol: 4.0 / 5
Recensione di Franco Zanetti
CHOCABECK
Universal (CD)
“Il titolo di questo album poteva essere ‘ciocabec’. In dialetto emiliano questa parola rappresenta il rumore, lo schiocco del becco di un animale che non ha nulla da mangiare e fa rumore con il becco che non ha nulla da addentare perché mio padre, famiglia di comunisti, mi diceva, quando io andavo da lui a dire ‘papà che c’è da mangiare?’, lui rispondeva ‘di ciocabec’, ovvero nulla. Ed io non capivo cos’era sta roba e dicevo ‘dammeli allora sti ciocabec, non me li dai mai’. Bello! Io stavo bene all’epoca e davanti a casa mia c’era la chiesa dove andavo a suonare l’organo. Poi mi hanno portato in Versilia, dove non mi sono mai adattato e appena ho potuto mi sono spostato a Pontremoli dove si respira già un’altra aria”.
Così spiegava Zucchero all’ADN Kronos quattro anni fa, all’uscita di “Fly”; evidentemente l’idea era stata solo rimandata e non dimenticata, perché “ciocabec” - in una traslitterazione pensata per renderne la pronuncia uguale anche in inglese, cioè “Chocabeck” - è diventato il titolo del nuovo disco del cantante di Roncocesi. “Questo è un concept album, almeno nelle mie intenzioni: omogeneo nei suoni e nelle tematiche, racconta una giornata festiva, dall’alba al tramonto, in un paese che potrebbe essere quello della mia infanzia”.
Un disco di radici, dunque: quasi simbolico che ad aprirlo sia una canzone scritta con Francesco Guccini, “Un soffio caldo”, primo di un trittico di brani lenti e riflessivi, intimisti e suggestivi. Il secondo, “Il suono della domenica”, sorta di manifesto dell’intero album, nella versione del disco per il mercato europeo diventa, con un testo di Bono degli U2, “Someone else’s tears”; il terzo, “Soldati nella mia città”, rievoca immediatamente tematiche degregoriane - i soldati, le suore, la neve - e fa ripensare, anche nell’ampiezza dell’apertura melodica, a “Diamante”, la canzone con testo di De Gregori inclusa nell’album “Oro incenso e birra”, 1989 (Diamante era anche il nome della nonna di Zucchero, spirito-guida di questo album, nel libretto del quale è presente in una fotografia col nipotino Adelmo, allora forse di tre-quattro anni). Curiosa, nel testo, una citazione letterale dal testo di “Impressioni di settembre” della Premiata Forneria Marconi, firmato da Mogol: “dalla nebbia filtra già”.
Solo al quarto brano arriva un po’ di ritmo: è il singolo attualmente nelle radio, “E’ un peccato morir”, che apre con una chitarra immediatamente evocativa di “C’è una strana espressione nei tuoi occhi” dei Rokes (l’arrangiamento ricalcava quello della canzone originale, “When you walk in the room”, nell’esecuzione dei Searchers) e il cui divertente testo - scritto da Pasquale Panella - elabora l’espressione tipica emiliana del titolo e cita “Gloria” di Umberto Tozzi (anzi, di Giancarlo Bigazzi: “Gloria, sei nell’aria”) e “Azzurro” di Adriano Celentano (anzi, di Paolo Conte: “all’incontrario va”).
Ritroviamo lo Zucchero sanguigno e amabilmente volgarotto che ci è tanto simpatico nella successiva “Vedo nero”: la musica è di Mimmo Cavallo, il testo scherza sul colore del pelo pubico femminile e ricicla vecchie barzellette (“Me la vedo nera, disse la marchesa camminando sugli specchi”, “Come disse il pesce infarinato: sono fritto”). Una canzone terragna e spensierata, probabilmente destinata a diventare un momento clou dei concerti dal vivo.
Si torna alle atmosfere meditative con “Oltre le rive”, scritta con Pacifico e Max Marcolini (quest’ultimo ha collaborato alla pre-produzione e alla realizzazione di tutto il disco); più leggera e sorridente “Un uovo sodo”, sixties nei suoni e nell’andamento, con begli spunti nel testo: una canzone che cresce ad ogni successivo ascolto; mentre “Chocabeck”, pulsante e vivace, su testo efficacemente sonoro di Panella, si fregia della partecipazione vocale nientemeno che di Brian Wilson (“in mezza giornata ha cantato otto tracce vocali armonizzate” riferisce ammirato Zucchero) che la segna indelebilmente di Beach Boys - anche se, Dio mi perdoni, qua e là fa venire alla mente anche “Mamma Maria” dei Ricchi e Poveri.
Inevitabilmente malinconica e nostalgica, fra archi e sonorità beatlesiane, è “Alla fine”, scritta per un amico scomparso. Mentre “Spicinfrin boy” è una dedica al se stesso bambino (“un bambino carino e un po’ selvatico, in famiglia mi chiamavano così”), con i ricordi del padre e - ancora - della nonna; una canzone dolce ed emozionata, con passaggi inequivocabilmente panelliani nel testo (“nel tramonto bello assai”, “visi persi nel viavai”, “pasciuto di sciupìo”).
L’album si chiude con “God bless the child” (no, non quella di Billie Holiday: questa è firmata da Zucchero con Roland Orzabal dei Tears For Fears): quasi un canto ecclesiastico, di grande suggestione, in cui i più anziani riconosceranno - nel passaggio “Like a child that can never grow old”, poi “Let him dream, let him sing, let him go” - la frase melodica “’cause there’s not enough love to go round” della non dimenticata “Sympathy” dei Rare Bird (1970). In occasione della presentazione del disco, avvenuta domenica 31 ottobre a Brescello, Zucchero avrebbe voluto suonare questo brano all’organo nella chiesa del paese, ma sembra che, a dispetto del parere positivo del parroco, sia intervenuto un veto vescovile.
Complessivamente, dopo tre ascolti, l’album mi pare un lavoro molto buono. Merito non solo della produzione (Don Was e Brendan O’Brien più Zucchero), degli ottimi musicisti che l’hanno suonato, o delle canzoni (fra le quali però per il momento non mi pare di aver colto il brano epocale, quello che segnerà l’immagine di “Chocabeck”: in altre parole, non mi pare che ci sia il capolavoro, ma potrei ricredermi in futuro). Grande merito della riuscita del disco, direi, è soprattutto dell’interprete: di Zucchero che canta benissimo, con intensità e con espressività, con dolcezza e con passione e con sentimento - “macché blues, Zucchero canta soul” diceva uno che ci lavorava anni fa, ed è un complimento.
Il disco uscirà per il mercato anglosassone in versione ancora diversa da quella per l’Europa di cui si diceva all’inizio: i brani saranno tutti tradotti in inglese, e due di questi avranno i testi firmati da Iggy Pop (“Alla fine” e “Chocabeck”, che diventeranno rispettivamente “Too late”, e “Spirit together”).